Le discese ardite e le risalite. Che altalena gli anni Novanta al Campo di Marte. Fu una meravigliosa sbornia. Brividi di paura e pelle d’oca di emozioni. Tonfi e voli stellari. L’ultimo calcio analogico, a queste latitudini, è stato quello dei Cecchi Gori. Di babbo Marione prima, del figlio Vittorio poi. A far da collante la signora Valeria da via Luca Landucci, zona cavalcavia dell’Affrico, fiorentina nel midollo.
Così, come in un frullatore. Random. Le macerie pontelliane raccolte in piazza Savonarola tra i cocci di vetro della rivolta per la cessione di Baggio alla Juve, l’arrivo di un misterioso capellone dall’Argentina – tal Gabriel Omari Batistuta di Reconquista – poi diventato l’icona di un popolo. Lo sfracello in serie B del ’93, epilogo di una stagione iniziata con la faraonica presentazione della squadra in Santa Croce davanti a ventimila tifosi in estasi, la risalita e quindi l’era di lord Claudio Ranieri, l’arrivo di Rui Costa, la Coppa Italia del 1996 e il boato del Franchi di notte per la squadra di ritorno da Bergamo con quarantamila tifosi impazziti, l’ “Irina te amo“ in favor di telecamera di Batigol a San Siro con tanto di Supercoppa ion bachaca, ancora il Re Leone che zittisce il Camp Nou di Barcellona, mica l’Ezio Vitali di Molin del Piano (e lo si legga con il massimo rispetto per la mitica Molinense!), lo scudetto sognato, accarezzato con il Trap ma dissoltosi in gennaio ’98 nella fuga al carnevale di Rio di quell’Edmundo, folle e meraviglioso, le notti di Champions, il gol a Wembley, ancora una coccarda, un’altra Coppa Italia. Poi la caduta. Clamorosa, rovinosa. Come un lampadario gigantesco su un tavolo di cristallo il tracollo di Vittorio, tra silenzi e isterie, il fallimento, la ripartenza dalla Serie C2. Ma questa è già un’altra storia.






