Le violente inondazioni che hanno colpito le valli del Trishuli e del Koshi, in Nepal, non sono solo l’ennesima tragedia himalayana, sono il segno di come i grandi progetti infrastrutturali nel Tibet occupato da Pechino e la mancanza di trasparenza della Repubblica Popolare Cinese possano trasformare un evento naturale in un disastro molto più grave.

All’origine c’è stato senza dubbio un fenomeno naturale: una valanga di ghiaccio e di roccia staccatasi da un ghiacciaio a cinquemila e duecento metri, al confine tra Tibet e Nepal, che, precipitando in una gola stretta, ha creato uno sbarramento temporaneo che, collassando, ha scatenato un’ondata di acqua, fango e massi tale da generare onde sismiche scambiate all’inizio per un terremoto di magnitudo 5,2. L’inondazione ha travolto villaggi, ponti, strade e centrali idroelettriche, causando morti, distruzione e blackout.

Ma il fattore naturale racconta solo una parte della storia. Secondo molti osservatori indiani, e anche secondo molte fonti ascoltate nel governo tibetano in esilio a Dharamsala, sono principalmente tre gli elementi legati all’azione umana che hanno amplificato l’impatto della catastrofe.

Primo, l’espansione cinese di argini, strade e infrastrutture lungo il confine ha ristretto la valle a monte, trasformando il torrente in una colata carica di detriti, macerie e macchinari, un “ariete” capace di distruggere tutto ciò che incontrava.