Ponti trascinati via, strade interrotte, centrali idroelettriche e interi villaggi travolti da un muro d’acqua, fango e detriti. L’esondazione che il 26 agosto ha raggiunto il distretto nepalese di Rasuwa dal versante tibetano, al confine col Nepal, ha percorso verso valle il sistema fluviale Bhote Koshi-Trishuli, lasciando dietro di sé almeno 489 vittime e oltre 2.300 dispersi.

Le immagini satellitari diffuse da Copernicus, il programma europeo di punta per l’osservazione della Terra, documentano la devastazione lungo i 42 chilometri della strada che separato Betrawati e il valico di frontiera di Rasuwagadhi: un’intera vallata ha cambiato volto, per un disastro che di naturale ha ben poco.

Le prime ipotesi avevano chiamato in causa anche un terremoto, ma la ricostruzione fornita dal Servizio geologico degli Stati Uniti (Usgs) – poi confermata anche dall’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) – ha individuato l’origine del disastro nel crollo di un ghiacciaio.

Un’enorme massa di ghiaccio e roccia è precipitata per oltre un chilometro sul fondo della valle, finendo nel Lhende Khola, affluente dei fiumi Bhote Koshi e Trishuli, con un impatto tanto potente da avere un’energia equivalente a un terremoto di magnitudo 5.2. Il materiale ha ostruito temporaneamente il corso d’acqua, formando una diga naturale che ha ceduto in breve tempo. «La diga temporanea ha ceduto rapidamente, liberando un muro imponente e apocalittico di acqua, fango e detriti pesanti che ha violentemente devastato gli insediamenti montani a valle e le strutture di confine», spiega l’Ingv.