di

Elvira Serra

Il racconto del pranzo insieme alloo stilista e alla moglie Patrizia Sardo Marras, tra ricette di famiglia e stanze degne di un museo. Oltre ai loro sette cani

DALLA NOSTRA INVIATAALGHERO - Da sola vale il viaggio la zuppa gallurese, che Efisio, primogenito di Antonio Marras e di Patrizia Sardo chiama «zuppa quata», cioè nascosta, perché «leggenda vuole che quando arrivavano i corsi, le persone del posto gridassero: “Queti la zuppa!”, nascondila!, per non farla mangiare agli invasori». Pranziamo sulla terrazza della loro casa nella campagna algherese dove vivono da 30 anni, e già la dimora meriterebbe un pezzo a parte, con la credenza in cucina piena di cristalli, l’armadio in sala da cui sbucano bambolotti e animali di pezza, cuscini, sedie e divani firmati dal patriarca, con il suo studio al seminterrato dove nemmeno Archimede Pitagorico si annoierebbe, e il muro, portentoso, «addobbato» dall’artista di Ulassai Maria Lai, scomparsa nel 2013. Racconta Antonio Marras, che non è solo stilista, ma è scultore, regista, pittore e chi più ne ha più ne metta: «Con Maria abbiamo fatto tante cose, grazie alla nostra collaborazione venne qui tutto il mondo dell’arte. La vedevo guardare per ore in silenzio quel muro e un giorno le chiesi: “Ti senti male?”. E lei: “Il muro non parla”. Tempo qualche giorno e chiamò un fabbro, dopodiché si mise a creare la sua opera d’arte: il muro le aveva parlato».