Il bilancio dell’alluvione tra Tibet e Nepal, in costante aggiornamento a causa della drammatica evoluzione della situazione sul campo, è di 584 morti e oltre 2.400 dispersi Secondo i dati diffusi dalle autorità locali, in Nepal le vittime sono 579, mentre sul lato cinese ne sono state comunicate 5. Sul fronte dei dispersi, in Nepal quelli confermati sono 1.924, tra cui oltre 500 stranieri. Sul fronte del Tibet le persone che mancano all’appello sono almeno 558, di cui 260 viaggiatori che per ora risultano irreperibili.Il racconto dell'italiana scampata alla tragedia
«Eravamo in dodici su un bus diretti al monte Kailash per un pellegrinaggio quando abbiamo visto una enorme nube marrone che veniva verso di noi e abbiamo sentito un boato immenso. Ho ancora quel rumore nelle orecchie». Nel racconto di Valentina Piccinini, italiana sopravvissuta all’alluvione in Nepal, è ancora vivo il ricordo di quei momenti. La ragazza, dipendente di una multinazionale del settore sanitario e grande appassionata di viaggi, aveva raggiunto a Kathmandu il suo compagno - il fotografo toscano Stefano Lotumolo - appena due giorni prima del disastro. «E' iniziato tutto verso le 7.40. Quando abbiamo realizzato che era una valanga l’autista ha aperto le porte e siamo scappati a piedi. Mentre correvo sono inciampata perché ho perso la ciabatta. Sentivo urlare il mio nome ma in quel momento non vedevo altro se non la nube marrone che mi veniva addosso. Ho avuto probabilmente un black-out. Così, senza rendermene conto sono andata nella direzione opposta agli altri». Valentina ha seguito la «mano» di un militare ed è scappata sulla montagna.«Se fossi rimasta sulla strada non sarei qui adesso. Mi sono arrampicata più veloce che potevo - continua - Ho aiutato alcuni bambini, ma la montagna non smetteva di venir giù. Ho pregato Shiva perché questa è la sua terra e Dio affinché smettesse e mi facesse rincontrare il gruppo. Sentivo che erano tutti salvi». Di una cosa adesso si dice certa: «Senza l'aiuto dei nepalesi non sarei qui. Il mio compagno Stefano e la nostra guida Tashi erano convinti che fossi morta. Tashi è stato il mio angelo custode, ha rischiato più volte la vita per me. E' tornato insieme a Stefano più volte indietro a cercarmi. Non lo dimenticherò mai». E anche un altro gesto Valentina porterà a lungo nel suo cuore. «Quando con alcuni abitanti locali abbiamo raggiunto un tempio sulla montagna, un uomo mi ha prestato il suo cellulare perché io non avevo connessione. Così ho contattato Tashi. Gli ho solo detto 'Sono vivà ed è partito un urlo liberatorio». Valentina si è riunita al suo gruppo proprio su quella montagna. «Una mano divina li ha portati da me». L'italiana ricorda la «devastazione» e i tanti «corpi immobili" incontrati durante la fuga. Per i soccorsi hanno dovuto attendere il giorno successivo. "Quella notte abbiamo dormito in una casa di pietra in cima alla montagna. Eravamo gli unici europei e una quarantina di nepalesi. Non smetteva di piovere. L’esercito ci aveva dato bustoni di cibo e i locali hanno mantenuto sempre acceso il fuoco. Eravamo amici che si erano salvati insieme: è stata la rappresentazione della gioia che sconfigge la morte. La mattina seguente fortunatamente non pioveva più. Alle 6.30 è arrivato il primo elicottero e poi a seguire gli altri». Fortunatamente tutti componenti del suo gruppo, che stavano partecipando al viaggio organizzato con un’agenzia locale, sono salvi. Ora Valentina e il compagno Stefano stanno aspettando di tornare a casa. «Speriamo di rientrare entro lunedì - dice - Abbiamo perso tutto compreso soldi e passaporti. Siamo in contatto con il consolato italiano che ci sta seguendo per ottenere il rilascio di un documento di viaggio di emergenza».










