In una edizione della Mostra di Venezia con meno titoli hollywoodiani ma più attenzione a film che chiamano in causa altre forme d’arte, dalla letteratura al fumetto, dalla musica all’architettura, alcuni dei tesori nascosti tra i quasi 200 tra lungometraggi, corti, documentari in programma vanno scovati nelle cosiddette “sezioni collaterali”, senza le quali la rassegna non riuscirebbe a completare la sua istantanea annuale su quanto avviene nel cinema in giro per il mondo, un piccolo “miracolo” che riesce da anni alla Mostra guidata da Alberto Barbera.Chiariamolo subito: anche in Orizzonti e nelle indipendenti Giornate degli autori e Settimana della critica, (con i loro “satelliti”, da Venezia Spotlight alle Notti Veneziane), i lungometraggi diretti da registe non abbondano, come già raccontato da l’Espresso. Ma tra questi ce ne è almeno uno da non perdere: aprirà le Notti Veneziane, nell’ambito delle “Giornate”, ed è ispirato a un bellissimo racconto di Natalia Ginzburg. Si tratta di “Scarpe rotte”, diretto da Roberta Torre, la regista (milanese e palermitana d’adozione) attenta ai cortocircuiti della società sin dall’esordio, 29 anni fa, con il pluripremiato “Tano da morire” in cui raccontava gli orrori della mafia con la chiave del musical. “Scarpe rotte” è l’incontro tra due donne mentre fuori infuria la Seconda guerra mondiale. Tra le brutture di quel periodo (e il messaggio vale non solo per allora) si scambiano impressioni su tante cose: amore, politica, i sogni che avevano e quelli che ancora conservano. Una di loro, Clara, è attaccatissima alle sue scarpe logore, che ha promesso di conservare. Glielo ha chiesto il marito, in quel momento in carcere e che nella realtà non rivide più, come accadde alla Ginzburg con il suo Leone. «È un film sul tempo», ha dichiarato Torre, «e sulla Storia che lascia tracce negli oggetti e nei corpi, sulla memoria come presenza viva e sui fantasmi di chi abbiamo amato come abitatori delle nostre giornate». La protagonista è una delle nostre attrici più versatili, apprezzate e lontane dalla routine: Barbara Ronchi. Lei, che al Lido è di casa (nel 2024 fu presente in addirittura quattro film!) affiancherà l’impegno di accompagnare “Scarpe rotte” a quello di giurata in un’altra sezione, Orizzonti, dove Barbera include titoli innovativi o diretti da registi non ancora acclamati, e da cui sono giunte alcune delle cose migliori degli ultimi anni. «Scelgo i film in cui impegnarmi», spiega l’attrice romana, 44 anni e 20 di cinema, punteggiati da collaborazioni con grandi registi, da Marco Bellocchio a Cristina Comencini e Leonardo Di Costanzo, e con outsider di talento come Francesco Costabile e Giulia Steigerwalt, oltre che da una grande varietà di premi, «in base alle sensazioni che ricevo negli incontri con registi e registe. A volte mi innamoro delle loro visioni. È successo anche stavolta. Sono una fan della Torre da “Tano da Morire” in poi. Ha una libertà espressiva entusiasmante per me. Vederla lavorare sul set con il suo vecchio amico Daniele Ciprì, “mago” della fotografia, è stato affascinante. Si capivano senza quasi parlarsi! Roberta aveva visione precisa di come raccontare questa storia. Ancora una volta, passando per la sperimentazione, cosa non scontata sui nostri set. Sono i progetti che mi entusiasmano di più. PensI che ho dovuto prendere lezioni di danza, perché a un certo punto in scena capitava. Con Mersila Sokoli mi sono trovata subito. È un’attrice teatrale bravissima e generosa. E il film è un gioiellino sperimentale onirico, a tratti divertente, con tante invenzioni e una atmosfera magica, un po’ come quella dell’apertura delle Notti veneziane, scelta per proporlo».Ronchi è felice del doppio impegno al Lido: «Far parte della delegazione di un film ti consente di capire subito che vita avrà quella storia. Ed essere in giuria è un privilegio! Avrò un osservatorio su alcuni dei film più belli dell’anno. Orizzonti mi è cara, ci sono stata più volte in concorso. Mi assenterò solo per accompagnare Roberta Torre a presentare “Scarpe rotte” alle Giornate”».L’attrice non si sottrae a una valutazione sul momento del cinema mondiale, tornato a dare meno spazio alle registe, con ricadute sulla presenza femminile a Venezia 83: «Vorrei spostare il discorso», spiega, «dalla polemica sulla rassegna a come invece funziona l’industria: i festival sono solo il punto d’arrivo di un processo. Se si girano meno film diretti da donne, il problema nasce prima. Sul talento femminile sembra ancora pesare un pregiudizio culturale su ciò che va considerato importante. Ma così in realtà rinunciamo a metà del potenziale creativo del cinema e dell’industria».Proprio a Orizzonti 2026 ci sono altre due registe italiane: in “La ragazza con la Leica”, Alina Marrazzi racconta Gerda Taro, la fotoreporter compagna di Robert Capa morta sui campi della Guerra civile spagnola. “Una storia”, con Alba Rohrwacher e Guido Caprino, è invece l’esordio alla regia di un’attrice popolarissima, Anna Foglietta («Non mi bastava più», ha spiegato a Cinè, «interpretare un solo ruolo: sentivo il bisogno di abbracciare l’intero film, di essere le case e i personaggi, i costumi e i trucchi, di imprimere me stessa in ogni dettaglio»). Nella stessa sezione c’è anche una delle possibili sorprese di Venezia 2026, fortemente voluta da Riccardo Scamarcio, che ne è protagonista e produttore: il delicato “I figli della scimmia” di Tommaso Landucci, storia di un padre che fatica ad accettare la disabilità del figlio. “Serpenti” di Roberto De Paolis, invece (Venezia Spotlight), racconta un femminicidio che sembra non suscitare lo sdegno che quel dramma imporrebbe. Con Alessandro Borghi, Pietro Castellitto e Valeria Golino. Alle Giornate degli Autori, la cui direttrice artistica, Gaia Furrer, sentirà – come tutto il mondo del cinema - la mancanza dello scomparso Giorgio Gosetti, critico, giornalista, intellettuale del cinema, direttore di tanti festival e fondatore anche delle Giornate, ma la vocazione internazionale è rispettata: tra le 1.036 candidature da 114 Paesi sono state scelte 25 anteprime mondiali. Arrivano anche da Australia, Svizzera, Serbia, Messico, Nigeria, Argentina. Ben 14 sono dirette da donne. “Balcanica”, di Nicola Sorcinelli è l’unico italiano in gara. Ci sarà anche “Il desiderio di essere inutile - Hugo a Venezia”, doc di Stefano Knuchel dedicato a Hugo Pratt, scomparso nel 1995. Confermato il premio della testata Bookciak al miglior film della Mostra tratto da un’opera letteraria.Poi c’è la Settimana della critica diretta da Beatrice Fiorentino, con sette film e sette corti in gara. Tra i primi, in gran parte opere prime o seconde, le cinematografie di quattro continenti. «Per la scelta», dice Fiorentino, «è stato un anno complicato. In una proposta che solo per gli esordienti ha superato i 600 film, il livello artistico non era sempre evidente. Per governare il magma abbiamo scelto una linea: il canone visivo, la ricerca formale, la qualità del racconto. Un controcampo da territori meno frequentati, per distanziarci dalla recente “deriva delle immagini”, come le clip dell’Amministrazione Trump che presentano la guerra come un videogame». Non a caso, l’unico italiano in gara, Tommaso Usberti, racconta, in “Prima della guerra”, l’incontro di un giovane italiano cresciuto tra misoginia e razzismo con un’immigrata kosovara.