L'interrogatorio fiume a Rebibbia di Pellegrino D’Avino e Antonio Passariello: le ammissioni e le incongruenze col racconto del faccendiere

«Era nu’ cinema». Così avrebbero detto al pm Edoardo De Santis due dei membri del «commando» ingaggiato da Gomes Clesio Tavares per compiere il finto attentato sotto la casa di Sigfrido Ranucci. Secondo Pellegrino D’Avino e Antonio Passariello, dunque, comparsi ieri a Rebibbia per 10 ore davanti agli inquirenti, «nessuno si sarebbe dovuto fare del male»: il mandato ricevuto era quello di organizzare un atto eclatante sì, ma dimostrativo. Con la gelatina da cava, quel 16 ottobre 2025, dovevano far saltare in aria l’auto del conduttore Rai. Senza provocare altri danni collaterali. Un lavoro pagato 3mila euro (in contanti), oltre forse – ipotizza il Corriere – a qualche altra promessa mai mantenuta. Ma di cui loro – sostengono – altro non sapevano. Non chi fosse il proprietario dell’auto presa di mira, Ranucci: «Non lo conosco e neanche cosa sia Report», avrebbe detto uno dei presunti esecutori materiali. E neppure il vero mandante dell’operazione, Valter Lavitola: «Non so chi sia», la risposta pure a questa domanda secondo Repubblica.

La versione dei bombaroli e quella di Lavitola: cosa non torna