Forza Italia attraversa una fase di riflessione interna sul proprio futuro politico. Tra esigenze di continuità e spinte al rinnovamento, nel partito cresce il dibattito su identità, leadership e ruolo nella coalizione di centrodestra, mentre si ridefiniscono equilibri e prospettive. L’opinione di Salvatore Di Bartolo
Una soglia psicologica separa la pura e semplice conservazione dall’ambizione di incidere realmente sui destini di una coalizione. È lungo questo confine che si consuma oggi la crescente fibrillazione tutta interna a Forza Italia.
Riconoscere ad Antonio Tajani il merito storico di aver evitato la dissoluzione del partito all’indomani della scomparsa del suo fondatore è un atto di onestà intellettuale che nessuno, in Forza Italia, si sente di negare. Pretendere, però, che la linea della mera sopravvivenza governativa possa bastare a una forza liberale proiettata verso il futuro costituisce un errore di prospettiva che appare ormai, per molti versi, insostenibile. Il partito galleggia, mantiene le proprie posizioni nei sondaggi, ma rischia di smarrire quell’istinto propulsivo che ha rappresentato il marchio di fabbrica del berlusconismo delle origini.
È questo il refrain che filtra dai tavoli riservati dove si comincia a discutere concretamente del dopo-Tajani. Non si tratta, almeno per ora, di organizzare congiure di palazzo o di alimentare un clima di rivolta, ma di prendere atto che il partito non può permettersi di restare con le braccia conserte, riducendosi a subire l’agenda politica altrui.






