Gabriele Elia

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O Tajani o Forza Italia. I dirigenti, i parlamentari e la famiglia Berlusconi devono decidere. C’è un momento nella vita di ogni partito in cui bisogna scegliere se difendere una leadership o salvare una comunità politica. Per Forza Italia quel momento è arrivato. La domanda è semplice: vogliamo continuare a difendere Antonio Tajani oppure vogliamo restituire un futuro al partito fondato da Silvio Berlusconi? Perché oggi le due cose sembrano sempre più difficili da conciliare.

La flessione di Forza Italia

Forza Italia non sta vivendo una semplice flessione elettorale. Sta perdendo identità, entusiasmo e capacità di incidere nel dibattito pubblico. Ma il dato più preoccupante è un altro: ha smesso di sorprendere. E proprio questo rappresenta il tradimento più profondo dello spirito del 1994. Silvio Berlusconi non avrebbe mai amministrato il declino. Lo avrebbe ribaltato. Davanti a un partito fermo attorno al 5%, avrebbe cambiato dirigenti, linguaggio, organizzazione e strategia. Perché il Cavaliere non era un gestore, ma un innovatore. Preferiva rischiare piuttosto che assistere lentamente all’appannarsi della sua creatura. Oggi accade il contrario. Mentre Giorgia Meloni presidia la leadership di governo, Matteo Salvini continua a caratterizzarsi con sicurezza, Ponte sullo Stretto, flat tax e tutela del regime forfettario; Carlo Calenda difende europeismo e sostegno all’Ucraina; Luigi Marattin interpreta il liberalismo economico; Roberto Vannacci ha costruito una proposta politica riconoscibile fondata su identità, sovranità e sicurezza. Tutti hanno una battaglia. Tutti parlano a un elettorato preciso. Tutti evocano immediatamente un’idea. E Antonio Tajani? Qual è oggi la battaglia di Forza Italia? Quale riforma porta la sua firma? Quale messaggio distingue davvero il partito dagli alleati? Sono domande alle quali sempre più militanti non riescono a dare una risposta.