Il patriarca latino di Gerusalemme ha chiuso il 47° Meeting di Rimini con una critica alla politica ridotta a rapporti di forza. Dal piano fermo del Board of Peace alle urne israeliane e americane, il quadro in cui il bene comune “sembra non esistere più”

«Non dobbiamo immaginare una politica totalmente libera da certe dinamiche: la politica è fatta anche di equilibri di interessi, di sicurezza, di relazioni di potere. Il problema è quando la politica è solo questo». Il cardinale Pierbattista Pizzaballa ha chiuso mercoledì sera il 47° Meeting di Rimini partendo da questa premessa, non proprio morbida, che è anche la chiave con cui il patriarca latino di Gerusalemme legge l’attuale momento storico. «Abbiamo visto in Medio Oriente, ma non solo, che la narrativa emergente è quella della forza, della potenza, non soltanto dal punto di vista militare».

L’agenda emersa finora dai giornali lo conferma. Il piano in quindici punti del Board of Peace è fermo, con Netanyahu che lo ha respinto pubblicamente il 9 agosto, ribadendo che l’Idf non si ritira finché Hamas non consegna tutte le armi, mentre Hamas subordina il disarmo al ritiro, i raid sulla Striscia continuano e sullo sfondo incombono le urne israeliane del 27 ottobre e quelle americane di novembre. Il 18 agosto Donald Trump ha postato su Truth una cartina dello Stretto di Hormuz con sopra la scritta «New US Territory», nuovo territorio americano, dopo che dal febbraio 2025 ripete che Gaza andrebbe consegnata agli Stati Uniti a fine ostilità. Una prospettiva in cui, come ripete il cardinale, il bene comune quasi non sembra esistere.