In Israele cresce l'onda cavalcata da Gadi Eisenkot, che nelle elezioni di ottobre si abbatterà su Benjamin Netanyahu, con l'obiettivo di spazzarlo via. È il cambiamento alle porte, ma non chiamatela rivoluzione, e tantomeno provate a considerarla una prospettiva di sinistra per il paese. Eisenkot incarna la destra centrista: più soft rispetto alle pazze geometrie di re Bibi, aperta a sinistra (quella sionista) e meno condiscendente con gli estremismi nazional-religiosi, con un occhio di riguardo ai valori di laicità nella società (e nell'esercito) ed ai principi “morali”, negli incarichi pubblici. Anche se ideologicamente è assai distante dal semplice concetto di diritto ad una futura terra per i vicini, sa bene che è un tema sensibile nell’area moderata dell’opinione pubblica, sul quale non vuole scoprirsi: “Sotto il governo che formeremo, non ci sarà alcuno Stato palestinese”. Amen.
In un Paese polarizzato dalla figura di Netanyahu l'ex generale ha saputo presentarsi come credibile novità.
Hanno inciso: il lutto per la morte del figlio e di due nipoti, caduti durante l'ultimo conflitto, e l'accusa urlata in faccia a Netanyahu di essere il responsabile della tragedia del 7 ottobre. In conversazioni “private” avrebbe lasciato chiaramente intendere che se non ottenesse la maggioranza dei seggi alla Knesset (61 è il numero necessario) cercherebbe di formare un governo di minoranza, piuttosto che permettere al falco del Likud di indire un ritorno anticipato alle urne. In poche parole, ad oggi, non chiederà nulla ai partiti arabi, che non sia un aiuto esterno, favore che non implica, a suo vedere, il dovere di intavolare una stabile alleanza di governo: “Possono appoggiarmi, astenersi o non partecipare. Sono affari loro”. Il suo movimento Yashar (Dritto!) viaggia da settimane stabilmente in testa ai sondaggi. Ha staccato il Likud e preso un ampio margine di vantaggio sull'altro contendente alla guida del campo anti-Bibi, Naftali Bennett.













