di
Andrea Nicastro
I soccorsi, tra Nepal e Tibet, tardano ad arrivare per le strade sgretolate. 466 turisti stranieri già dati per dispersi. Tra i 90 italiani registrati dalla Farnesina, solo due erano nella zona
Nel parcheggio sulla riva destra del fiume ci sono tre camper, due furgoni e 12 autobus. Sono di quelli extra lusso, 50 posti, con bagno e aria condizionata per far viaggiare comodi i turisti stranieri. Il piazzale è sul tetto di una struttura moderna, in cemento armato, con posti auto anche all’interno che si conclude con un palazzo di sei piani. Sulla strada che corre parallela al fiume aspettano in coda una decina di tir e almeno una dozzina di auto. La valle è stretta, verdissima e il fiume ha il colore del metallo fuso.
Sarà colpa delle piogge, viene da pensare. La sovrascritta in ideogrammi dice che è la dogana di Gyirong tra Nepal e Cina, il principale valico commerciale che da Kathmandu porta verso il Tibet. L’immagine è registrata da una telecamera di sorveglianza: non c’è nulla che possa inquietare, tutto è nuovo, costruito a regola d’arte, senza una macchia d’umido sull’intonaco. Di strano ci sono solo quaranta, cinquanta persone che corrono verso il fondo valle. Corrono, non cercano di salire in auto, non entrano in un portone. Corrono. Non hanno ancora capito che cosa sta per succedergli.










