VENEZIA - No, non è la Gabtoli-Quarter, la linea dell’Achim Paribahan che attraversa Dacca. È il 4L dell’Actv, l’autobus che dagli esercizi etnici di corso del Popolo a Mestre, conduce ai chioschi turistici di piazzale Roma a Venezia, passando per la Fincantieri di Marghera.Il viaggio nella principale comunità bengalese del Veneto, che nel giro di un decennio è quadruplicata passando da 5.000 a 20.000 presenze, è una corsa a tappe fra diverse sensibilità e grandi aspettative, diritti rivendicati e doveri promessi, richiesta di spazi e disponibilità al dialogo. Anche con noi: un po’ in italiano, un po’ in inglese, un po’ con l’app che rende meno astrusi i segni dell’alfabeto bangla lipi, quando proviamo a capire cosa significherebbe uno sciopero di quel pezzo di Bangladesh che sta tra la terraferma e la laguna, per protestare contro lo stop del Comune al progetto della moschea.
NEI NEGOZI Davanti al terreno di via Giustizia, già acquistato con 1,5 milioni e ripulito dai bivacchi, ribadisce il concetto Prince Howlader, attuale presidente dei “Giovani per l’umanità” e mancato candidato di Fratelli d’Italia: «Noi non vogliamo fare la guerra a nessuno, però chiediamo che i nostri diritti vengano rispettati. Se così non sarà, saremo costretti a scendere in strada, manifestando e scioperando». Sotto i portici di corso del Popolo, le percezioni sono diversificate. Nel salone “Om hair dresser”, il barbiere è stupito: «Uno sciopero? E quando?». Il cliente bengalese gli chiede di fermare un attimo il rasoio: «Quando sarà il momento, Prince avviserà tutta la comunità bangla. Per ora continuo a pregare a Venezia, dove lavoro in un ristorante». In attesa del taglio, interviene un anziano mestrino: «I bengalesi sono molto importanti per la nostra economia. Noi siamo Venezia, una città che cambia ogni minuto, perché qua arriva il mondo. Se queste persone lavorano e rispettano le leggi, non vedo il problema, anzi potrebbe essere un modo per farle vivere più serenamente e quindi per integrarle più facilmente. Se invece vengono a fare il macello, non va bene, né per noi né per loro».Sulla vetrina “Dell’ultimo bicchiere”, è affisso un avviso per la ricerca di personale. «Cerchiamo una cameriera, finora abbiamo trovato solo bengalesi, come siamo noi», racconta il barista Pranto: «Sono studente di Economia a Ca’ Foscari. Vivo qui da tre anni e, con altri colleghi di studi, ho avviato questo locale. Personalmente non sono praticante, per cui non sono interessato alla manifestazione, ma immagino che uno sciopero dei lavoratori bengalesi sarebbe un bel problema per questa città». Alla pizzeria da asporto “La fantasia”, Sabir sta preparando il kebab: «Sono musulmano e voglio la moschea. Finora andiamo a pregare nella zona di via Torino, ma quel posto è piccolo, non va bene: ne serve uno grande. Sciopero? Sì». Lo dice alzando il pollice: ha 18 anni. I suoi vicini più adulti, al “Venice minimarket”, escludono invece proteste, come spiega per tutti Shihab: «Siamo musulmani, ma qua è difficile chiudere. Siamo in quattro che lavoriamo e quattro famiglie non possono restare senza soldi». IN CANTIERE Lungo via delle Industrie, tra la fermata del bus e l’ingresso di Fincantieri, la valutazione di Naimun è opposta: «Siamo tanti bengalesi in questa azienda. Non so se si blocca tutto, però dobbiamo fare uno sciopero, è importante per noi. Non lavorare e non guadagnare è una cosa difficile, ma la moschea ci serve per pregare: garage e capannoni non bastano più. Il problema è che il sindaco Simone (Venturini, ndr.) prima diceva di sì e adesso dice di no». Gli facciamo leggere le dichiarazioni del primo cittadino, il quale esclude accordi con la precedente amministrazione e pone la condizione dell’integrazione. Ma l’operaio rilancia: «Ho votato anch’io per il sindaco Simone. So che dice che prima dobbiamo imparare l’italiano, rispettare le regole, trattare bene le donne: questo è vero e giusto, siamo pronti a farlo. Abito qua da quasi 15 anni, torno in Bangladesh solo ogni tanto per fare visita a mia mamma. Qua ho famiglia, la mia figlia più grande parla bene l’italiano, mia moglie lo sta imparando ma fa più fatica perché è sempre a casa. No, lei non lavora fuori, perché deve preparare da mangiare a me e ai bambini...». Il suo collega Tanhim condivide i motivi della mobilitazione: «So che il sindaco Simone non vuole la moschea. Ma io sono un musulmano e noi ne abbiamo bisogno. Non ero informato dello sciopero, ma sono pronto a farlo. E anche a integrarmi: adesso parlo ancora poco l’italiano, ma voglio migliorare». FRA I BANCHETTI Al capolinea di piazzale Roma, la locandina del Gazzettino attira sguardi di curiosità. Fra i banchetti di cappelli e ventagli ai giardini Papadopoli, sembra prevalere lo spirito delle partite Iva, più che l’orientamento all’astensione. «La moschea è importante per noi musulmani, ma anche il lavoro lo è e io ho bisogno di lavorare», chiarisce Ibrahim. Alam gli dà ragione: «Pure io pratico la religione islamica, attualmente a Mestre nella zona di via Torino, ma quel luogo è troppo piccolo per tutta la gente che c’è. Conosco il sindaco Simone e ho votato per lui, deve capire che siamo 20.000 bengalesi e la comunità ha i soldi per costruirsi la moschea. Lo so cosa dice sulle regole e infatti io rispetto la legge. Sono qua da vent’anni, non parlo molto l’italiano perché con i turisti è più facile l’inglese. Lo sciopero? No, no, no... Vivo in Italia e obbedisco alla legge italiana, non devo scioperare per un diritto». Tanti uomini. E le donne? C’è Dolly al chiosco di giornali e souvenir vicino al ponte di Calatrava: «Sono musulmana, conosco il problema della moschea e anche il sindaco Simone, perché vivo qui da 10 anni. Uno sciopero sarebbe troppo per me: ho bisogno di tenere aperta la mia attività, devo dare da mangiare a un bambino piccolo. So che a molti italiani non piacciono tanto gli islamici. Ma la preghiera è un fatto personale, come quando tu indossi quella maglietta a mezze maniche e io mi copro i capelli con questa sciarpa: dobbiamo essere tutte e due libere di farlo. I bengalesi hanno presentato la richiesta della moschea: se il sindaco dice sì, bene; se il sindaco dice no, pazienza. Personalmente posso pregare comunque nella mia casa o nel mio negozio». E sorride, mentre dall’altra parte della strada l’autista del 4L inizia un altro viaggio, per riportare a Mestre i bengalesi che smontano dal turno nei ristoranti di Venezia.












