È notte fonda ormai e l’ultimo concerto si conclude con una lunga lista di nomi. Uno ad uno, Paolo Fresu ringrazia tutti coloro che hanno contribuito a rendere possibile Time in Jazz : lo staff, l’organizzazione, la logistica, i sindaci dei quattordici comuni coinvolti, i driver, i videomaker, l’ufficio stampa, i tecnici, gli oltre cento volontari arrivati da ogni parte d’Italia per dare una mano alla realizzazione di questo evento. Tutti, in modi diversi, sono stati protagonisti e in quel momento sembrano stare su quel palco sullo stesso piano. Forse è proprio qui che ci si accorge che chiamare questo evento semplicemente “festival” è riduttivo. A Berchidda, piccolo borgo di 2.500 abitanti, venti minuti a Sud di Olbia, Time in Jazz dopo quasi quarant’anni è diventato qualcosa di più difficile da classificare. È un intreccio di musica, territorio, formazione e relazioni. Una presenza che ogni estate torna, ma che in realtà non se ne va mai del tutto. Una sorta di infrastruttura civile cresciuta lentamente intorno alla visione di Paolo Fresu, che qui è nato, figlio di pastori, e che proprio da qui, grazie anche a quella meravigliosa esperienza di educazione musicale e civile che sono le bande di paese, ha mosso i primi passi del suo percorso umano e artistico affascinato a sette anni da una tromba non sua e dal velluto rosso che la proteggeva.Tutto comincia quasi per caso. Nel 1987 Fresu suona a Berchidda con il suo quintetto. Alla fine del concerto il sindaco gli propone di immaginarsi qualcosa per l’anno successivo. «Guarda – gli risponde Fresu – per me sarebbe da fare non il prossimo anno, ma dal prossimo anno». In quella risposta c’è già molto di ciò che Time in Jazz sarebbe diventato. Non un evento, ma una presenza. Non qualcosa che accade e finisce, ma qualcosa che sedimenta. Erano anni in cui il jazz europeo guardava quasi esclusivamente agli Stati Uniti. Poi qualcosa cambia: «Alla fine degli anni 80 – mi racconta Fresu – abbiamo iniziato a capire che questa musica si poteva radicare nei nostri territori, attingere alle nostre realtà». E così le chiese di campagna, i boschi, i paesi vicini iniziano a riempirsi di note. La musica comincia a cercare i luoghi e i luoghi, lentamente, cominciano a entrare nella musica. Il paesaggio non è più uno sfondo, diventa protagonista dell’esperienza. Oggi, dice ancora Fresu, la parola festival è diventata insufficiente, è più «un grande laboratorio culturale» che quest’anno ha contato trentamila presenze con il coinvolgimento duecento artisti che hanno dato vita a settanta eventi tra concerti, incontri, laboratori, mostre. E il jazz, qui, non è tanto una categoria musicale, quanto una filosofia di libertà e innovazione.Tutto questo ha una radice intima. Fresu parla esplicitamente di restituzione: «Io da parte mia ho sentito il bisogno di restituire ciò che questo luogo mi aveva dato, perché io qua sono nato e sono diventato musicista grazie alla banda del paese». Descrive Time in Jazz con l’immagine di un innesto: esperienze raccolte nei piccoli festival in giro per l’Europa trasportate in Sardegna e trasformate dal terreno sul quale sono state piantate. «Quando fai un innesto la pianta originaria a seconda di dove attinge con le radici cambia il frutto. Per questo ciò che è nato qua è un frutto nuovo». L’economia del festival non coincide solo con ciò che può essere contabilizzato. Accanto ai biglietti, ai contributi, ai contratti, esiste una produzione invisibile fatta di tempo donato, disponibilità, cura, eccedenza. Fresu su questo è molto chiaro: «La dimensione del dono, della gratuità è fondamentale. Io stesso da trentanove anni ho deciso di fare tutto questo gratuitamente. Ho scelto di non prendere mai un euro né nel mio ruolo di direttore, nel mio ruolo di presidente, né quando sono sul palco. Senza togliere nulla alla dignità e al rispetto del lavoro dei tanti grandissimi professionisti che ci aiutano e che viene riconosciuto com’è giusto che sia». Ma perché esiste anche un’altra dimensione: «L’idea di essere qua volontariamente a fare qualcosa perché così puoi contribuire da cittadino all’edificazione di un piccolo monumento, che può anche sembrare effimero, ma che in realtà non lo. Penso che dia ancora più valore a quello che stai facendo».Lo si vede soprattutto nei giovani volontari. «Le persone che sono qua hanno deciso di esserci. Hanno deciso di mettere sé stesse a disposizione di un progetto nel quale si identificano, nel quale credono». Alcuni passano ore a parcheggiare automobili sotto il sole. Altri corrono da un palco all’altro, montano, accolgono, accompagnano, sempre con il sorriso. Il primo messaggio che ricevono è semplice: «La gentilezza è il nostro motto». Ci sono anche ricadute economiche misurabili. «Per ogni euro speso il ritorno economico è di circa 6 euro». In una piccola comunità, aggiunge, tutto questo offre «una risposta all’idea di quello che oggi dovrebbero essere le nuove piccole comunità». Berchidda è un paese che, come tanti centri interni, conosce il tema dello spopolamento. Giovani che partono, servizi che si diradano. Eppure, Fresu racconta di nuove richieste di residenza, di case un tempo vuote oggi acquistate anche da persone che hanno conosciuto il paese grazie al festival. «Tutto questo contribuisce in qualche modo a rivitalizzare il nostro paese». La musica diventa così un “grimaldello” capace di mostrare «che ci sono certo delle grandi lacune nei piccoli luoghi che non possono competere apparentemente con i grandi, ma che allo stesso tempo ci sono grandi opportunità». Forse è anche questo uno dei paradossi più belli di Time in Jazz : un piccolo paese che per alcuni giorni si apre al mondo e, aprendosi, scopre un po’ meglio sé stesso.Dentro questa idea di futuro hanno un posto decisivo i giovani e i bambini. Time to Children , dice Fresu, è «il nostro fiore all’occhiello». Non si tratta di un semplice spazio accessorio: «Ci sono tanti festival che hanno un baby parking, dove i genitori che vanno al concerto possono lasciare i figli. Noi dedichiamo un programma che è al 100% destinato a loro, con artisti, didatti, formatori che vengono da tutta Italia appositamente per fare Time to Children , è una cosa rara molto preziosa». Un programma autonomo fatto di laboratori e incontri nel quale la musica dialoga con il teatro, la letteratura, l’ambiente e le altre forme della creatività. C’è poi Insulae Lab , fucina di nuovi talenti. Un centro di produzione dedicato al jazz e alla creatività artistica delle isole del Mediterraneo, dove nascono e vengono ospitati nuovi progetti musicali. Dietro questo investimento nei più giovani c’è anche un’idea precisa del rapporto tra cultura e risorse pubbliche. «Nel momento in cui tu percepisci anche dei contributi pubblici, credo sia giusto ridestinarli alla comunità, che non può essere fatta solamente di cinquantenni o sessantenni». La cultura, in questa prospettiva, non è soltanto qualcosa da offrire a chi già possiede gli strumenti per apprezzarla. È un investimento sulla possibilità che, un giorno, qualcuno ascolti una musica che ancora non conosce e vi trovi una porta aperta.Alla fine, però, tutto torna alla musica e alla domanda su che cosa renda un lavoro capace di dare senso alla vita. Fresu racconta di non percepire quasi la fatica: «Sono talmente appassionato di quello che faccio e gli dedico veramente ventiquattr’ore al giorno». Legge, scrive, pensa, compone. E aggiunge: «Quando c’è una passione così, quando c’è un credo che in qualche modo sostiene quello che fai, qualsiasi questo sia, che dovrebbe essere la musica, ma se fai il pastore con quella filosofia e con quel bisogno di dare alla tua vita un senso attraverso quella cosa lì, credo che la fatica diventi secondaria». Non è però un’esperienza puramente individuale. Alla domanda se la musica abbia per lui una dimensione intima oppure se esista soprattutto nel rapporto con gli altri, Fresu risponde: «Tutte e due. È molto individuale, nel senso che quando io suono, suono per me stesso, ma mai perdere di vista la necessità di comunicare con agli altri». Perché «non puoi mai dimenticare che ci sono gli altri. I musicisti, prima, e poi il pubblico». Forse Time in Jazz , dopo quasi quarant’anni, è tutto qui. Nel tentativo, ogni volta rinnovato, di tenere insieme ciò che spesso separiamo: il sé e gli altri, il lavoro e il dono, la bellezza e l’utilità, le radici e il viaggio, il passato e ciò che ancora non conosciamo. Un piccolo borgo e il mondo. E forse la frase che meglio racconta il festival è anche quella con cui Fresu mi racconta la sua idea di musica: «Fai musica non per costruire un oggetto di arredo bello solamente. Certo la bellezza è importante. Ma ciò che conta davvero è fare qualcosa che dà un senso alla tua vita e possibilmente a quella degli altri».
Musica, territorio e volontariato. Time in Jazz: laboratorio di vita
A Berchidda, in Sardegna, il festival ideato da Paolo Fresu coinvolge 14 comuni con concerti, incontri e mostre. Un progetto che intreccia note, formazione, creatività e relazione









