di
Livia Grossi
Il trombettista presenta la 39a edizione della rassegna che dirige a Berchidda. Tra gli ospiti: Nils Petter Molvær, Nicholas Payton, Amii Stewart, Diodato
Il padre con la sua acquavite offerta in piazza alle prime edizioni, i motorini che passano durante i concerti, i campanacci delle pecore che si mescolano ai musicisti arrivati da New York, ma anche le false guardie del corpo rifilate a Ornette Coleman, i concerti all’alba sul monte Limbara da raggiungere a piedi e i pianoforti portati a spalla, gli artisti che mangiano in mensa con tecnici, volontari e giornalisti, i concerti nelle chiese di campagna e l’infinito pranzo di Ferragosto a base di zuppa.
Sono questi e mille altri episodi a raccontare l’anima di «Time in Jazz», il festival diretto da Paolo Fresu, crocevia tra i più importanti della scena jazz internazionale (da qui sono passati Dave Holland, Jan Garbarek, Steve Coleman e Archie Shepp). Un festival nato 39 anni fa per amore della sua Berchidda (SS/OT), il paese che con altri 15 centri nel nord della Sardegna dall’8 al 16 agosto accoglie nomi stellari, da Nils Petter Molvær a Nicholas Payton, dai Kokoroko a Amii Stewart e per scompigliare le carte anche Diodato che omaggia De André all’Agnata (Tempio Pausania). Un parterre di artisti riuniti nel segno di Miles Davis, di cui ricorrono i cent’anni della nascita.










