Neanche l’attacco frontale del governo statunitense nei confronti della giudice e presidente della Corte Penale Internazionale, Akane Tomoko, ha stimolato uno scatto d’orgoglio nazionale in Giappone. Sia il segretario di Gabinetto, Kihara Minoru, sia la prima ministra, Takaichi Sanae, giorni fa si sono espressi cautamente sul tema, rispettivamente con: “Il governo sta considerando la faccenda dal suo interno” e “queste sanzioni sono un vero peccato”.

La giudice giapponese è la prima donna nipponica ad essere stata eletta presidente di una istituzione internazionale di grande rilievo come la Corte Penale Internazionale e recentemente sanzionata dal governo Trump che accusa lei e il tribunale con sede all’Aia di ledere la sovranità degli Stati. Nata a Nagoya nel 1955, Tomoko ha intrapreso la carriera forense in un’epoca in cui le opportunità professionali per le donne giapponesi erano limitate, diventando pubblico ministero nel 1982. In seguito è cresciuta all’interno del Ministero della Giustizia occupandosi di cooperazione giuridica internazionale con la carica di Ambasciatrice del Giappone. In seguito è direttrice dell’Istituto delle Nazioni Unite per l’Asia e l’Estremo Oriente per la prevenzione del crimine e il trattamento dei detenuti (UNAFEI). Eletta membro della Corte penale internazionale nel 2017, inizia il mandato di nove anni come giudice istruttore alla Camera preliminare I, dove ha valutato le prove e deciso se autorizzare o meno indagini approfondite su presunti crimini di guerra.