Può superare i tre metri di lunghezza e i 700 chili di peso, raggiungere i 45 chilometri orari e percorrere, in un solo giorno, fino a 260 chilometri. Ma soprattutto deve continuare a nuotare per respirare. Il tonno rosso dell’Atlantico è una macchina perfetta per il mare aperto. Ed è proprio per questo che l’immagine di migliaia di esemplari costretti a girare senza sosta dentro una gabbia racconta meglio di qualsiasi numero il paradosso della nuova industria del tonno.

A denunciare l’espansione degli allevamenti intensivi è un nuovo report di Compassion in World Farming (CIWF), che - anche attraverso foto e video inediti, realizzati in una struttura nel Mediterraneo - accende i riflettori sull’industria del Thunnus thynnus e sui suoi effetti sulle popolazioni selvatiche, sulla biodiversità e sul benessere animale. Più che di allevamento, peraltro, l’associazione invita a parlare di ingrasso: i tonni rossi allevati non nascono in cattività, vengono catturati vivi in mare, spesso durante la stagione riproduttiva, trasferiti in grandi gabbie galleggianti e alimentati intensivamente per mesi, fino a raggiungere il tenore di grasso richiesto soprattutto dal mercato di sushi e sashimi. Ed è qui che il presunto vantaggio dell’acquacoltura si rovescia. Se allevare pesce dovrebbe ridurre il prelievo in natura, per riempire una gabbia di tonni bisogna - sottolineano gli animalisti - prima pescare i tonni. E poi pescare moltissimo altro pesce per nutrirli.