Il professor Paolo D'Achille spiega all'Adnkronos l'utilizzo dell'anglicismo che negli ultimi giorni è finito al centro del dibattito politico: "Non credo che si tratti di una parola comprensibile a tutti"

"Sinceramente, non credo che si tratti di una parola comprensibile a tutti, tanto più perché può essere usata con due diversi significati. E se lasciassimo 'woke' agli americani, con tutte le sue implicazioni?". E' la domanda posta da Paolo D’Achille, presidente dell’Accademia della Crusca e professore ordinario di Linguistica Italiana presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università Roma Tre, a proposito di una delle parole più controverse entrate nel dibattito pubblico italiano: “woke”, appunto. Un termine inglese che, intorno al 2020, ha iniziato a circolare con sempre maggiore frequenza anche in Italia, fino a essere registrato dai dizionari e ora diventata anche oggetto di polemica politica nel centrosinistra. Una parola apparentemente semplice, ma tutt’altro che univoca, che può assumere significati diversi a seconda di chi la utilizza e del contesto in cui viene pronunciata.

Il significato del termine 'Woke'

Dal punto di vista linguistico, spiega D’Achille all'Adnkronos, “woke” deriva dal verbo inglese "to wake", “svegliare”, ed è utilizzato in italiano sia come sostantivo sia come aggettivo, rimanendo invariabile. Il termine nasce negli Stati Uniti e, già dagli anni Quaranta, viene utilizzato per indicare una particolare consapevolezza nei confronti delle ingiustizie e delle discriminazioni, ricorda D'Achille. Nel suo significato originario, “woke” identifica singoli attivisti, ma soprattutto movimenti e gruppi impegnati nella difesa dei diritti civili, nella lotta alle disuguaglianze sociali e contro le discriminazioni legate, in particolare, all’etnia, al genere e all’orientamento sessuale.