Il futuro dell'auto non nascerà dalla contrapposizione tra stile italiano e tecnologia cinese, ma dalla loro integrazione. È una convinzione maturata in molti anni di lavoro e attraverso un rapporto con la Cina iniziato quando il suo settore automobilistico stava ancora cercando una propria identità. Tra la fine degli anni 90 e l'inizio dei Duemila iniziammo a collaborare con Brilliance Auto per la realizzazione della Zhonghua. Rappresentò un passaggio storico: fu la prima automobile cinese del tutto originale, progettata fin dall'inizio per essere un prodotto a sé e non la semplice evoluzione di modelli occidentali. Fino a quel momento, gran parte del parco circolante cinese era costituito da vetture fuori produzione in Europa, assemblate localmente con impianti acquistati dall'Occidente, o da modelli costruiti mescolando componenti di automobili diverse. Erano prodotti spesso anacronistici, ma già realizzati con una discreta qualità industriale. In quegli anni il mercato era dominato soprattutto dalle joint venture e la Volkswagen, grazie alla lungimiranza del suo presidente Carl Hahn, aveva costruito una posizione di assoluto predominio. La Zhonghua, che tradotto vuol dire Cina, rappresentò una rottura: per la prima volta una casa automobilistica cinese si affidava a un centro stile italiano non per imitare, ma per costruire un linguaggio proprio. In Europa il designer dialoga con una tradizione consolidata; in quel caso, invece, si partiva da una pagina bianca. Ogni dettaglio contribuiva a definire il carattere di un marchio che doveva ancora conquistare la fiducia del pubblico.
Auto cinesi, Giugiaro racconta: dalla Zhonghua a Geely, come nacque una nuova industria
Fabrizio Giugiaro spiega la crescita di un gigante, partita dalla Zhonghua






