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Luigi Ferrarella

La piattaforma è in controllo giudiziario per «sfruttamento di manodopera»: ha proposto un aumento dei compensi ai fattorini. Ma la pm al gip: «Pagano il 40 per cento in più ma, allo stesso tempo, decurtano tre ore su dieci. E con il decreto Meloni dovrebbero essere assunti». Il caso dell'algoritmo «nascosto»

Per la Procura di Milano solo in apparenza è generosa, ma in realtà è un cavallo di Troia la nuova offerta di Glovo di aumentare del 40 per cento e del 20 per cento il compenso (14 euro l’ora anziché 10, e comunque 3 euro a consegna anziché 2,50) ai circa 40 mila ciclofattorini che in Italia si collegano alla piattaforma di consegne a domicilio di cibo: infatti l’imperscrutabilità dell’algoritmo, con cui Glovo autodetermina la nozione di «tempo effettivo calmierato», pagherebbe sì l’aumento, ma decurtando in media 3 ore ogni 10 ore di tempo effettivamente prestato dal rider.

Per questo, di fronte all’istanza di Glovo al gip Roberto Crepaldi di porre fine al «controllo giudiziario» a cui era stata sottoposta a febbraio per interrompere paghe ritenute non in grado di assicurare l’«esistenza libera e dignitosa» indicata dall’articolo 36 della Costituzione, il pm Paolo Storari esprime parere contrario e anzi rilancia: valorizza cioè gli articoli 12 e 14 del decreto Meloni n. 62 di maggio per chiedere al gip di «far immediatamente cessare la situazione di illegalità, imponendo» a Glovo sia «retribuzioni che tengano conto del tempo effettivo» sia «contratti che rispettino la tipologia contrattuale effettiva» e stoppino un’evasione contributiva ai danni dello Stato stimata in 38 milioni in 3 anni. La richiesta al gip è cioè di ordinare a Glovo di smontare e rendere intelligibile ai lavoratori e allo Stato l’algoritmo, e soprattutto di assumere come lavoratori subordinati, anziché autonomi, almeno i rider para-professionali, quali i 4 mila che fanno 4 mila consegne ciascuno l’anno, o i 1.200 che ne fanno 6 mila l’anno.