L’annuncio era arrivato a fine maggio. Dal primo giugno, Glovo, piattaforma del food delivery sotto controllo giudiziario per “sfruttamento di manodopera”, avrebbe aumentato il compenso per le consegne a 3 euro e la paga oraria a 14 euro. Una decisione rilanciata dai giornali, ma accolta con sospetto dai sindacati, prima tra tutti l’Usb, che aveva sollevato i dubbi sulla reale efficacia del provvedimento.
Dopo un mese di sperimentazione, la procura di Milano ha valutato che queste misure sono rimaste solo sulla carta. A fronte di un aumento dei compensi, secondo il pm Paolo Storari, ai lavoratori “non viene retribuita il 30 per cento dell’attività lavorativa”. Il tempo considerato è soltanto quello impiegato per l’esecuzione della consegna, dalla presa in carico dell’ordine alla consegna del cliente. L’attesa tra la consegna e un nuovo ordine, il tempo di connessione all’app senza ordini o quello per riposizionarsi dopo una consegna non vengono retribuiti. Una situazione che emerge anche dall’analisi dei dati dei 26mila rider di Glovo nel mese di giugno. Il tempo effettivo di lavoro totale è stato di 1.197.880 ore, mentre quello “calmierato” si attesta sulle 855.250 ore. Il risultato sono 342.629 ore non considerate, pari al 28,60 per cento del tempo.












