A tre settimane dalla morte di Francesco Guccini, ho fatto due cose che non so se qualificare come cerimonia d’addio o elaborazione del lutto o addio a quelle armi che erano le parole con cui mi ero formata. La prima è stata ordinare a pranzo un bicchiere di Traminer, onde constatare che fa schifo proprio come quando gli eroi erano giovani, belli, e con pessimi gusti enologici.
La seconda è stata riascoltare per intero e nell’ordine originale “Fra la via Emilia e il West”, che fu il primo Guccini di molti miei coetanei, e poi stare di malumore tutto il giorno, constatando che il mio inutile verboso articolo su woke e brisa woke sarebbe stato sostituibile con un solo rigo di quel tizio: bisogna saper scegliere in tempo, non arrivarci per contrarietà.
(«Brisa», adesso che le città sono completamente sputtanate dall’indotto di Ryanair, è una catena di panetterie fighette bolognesi, ma in origine fu la prima – e per molti anni unica – parola di dialetto locale che imparai, significa «mica»).
Avevo delle certezze, come tutti gli ottusi. Pensavo che il filmato più spaventoso che avrei visto ieri sarebbe stato Corona che parlava di Ranucci. Si dice che il tizio di cui già non ci ricordiamo più ma che per tre quarti d’ora fu il Ranucci del momento, il tizio che era andato da Corona a dire che Signorini l’aveva insidiato, si dice che quel tizio lì a Corona abbia fatto causa perché, per quella interpretazione dell’innocente Cécile de Volanges insidiata dal perfido Valmont, Corona gli avrebbe promesso ventimila euro che non gli ha poi mai dato. Non so se sia vero, ma nel caso: processo del secolo. Non so se sia vero, ma: cambia qualcosa?






