A due mesi dalla parziale revisione del meccanismo per la tassazione delle emissioni, il governo italiano torna in pressing sull’Europa, affinché ponga fine a un sistema che per molti non ha più molto senso. Le parole del ministro Urso dal Meeting di Cl

Quella dello scorso luglio poteva sembrare una vittoria italiana. In parte lo è stata. L’Europa due mesi fa ha finalmente messo mano al famigerato Ets, il meccanismo di tassazione delle emissioni che influenza i costi finali dell’energia. Le imprese, anche energetiche, che inquinano di più sono tenute ad acquistare più certificati europei, andando incontro a una maggiorazione di spesa che poi si ripercuote inevitabilmente sul costo per il consumatore. Dopo settimane di pressing italiano, a luglio l’Europa ha avviato una prima vera revisione del sistema per la tassazione del carbone, che nel gergo comunitario risponde al nome di Ets. Scardinando almeno in parte il meccanismo che forma il prezzo sul mercato all’ingrosso, modificando il sistema per cui i produttori di energia termica aggiungono il costo degli Ets nel prezzo a cui offrono la loro energia in Borsa.

Qualcosa, va detto, era già stato tentato con il decreto Bollette dello scorso febbraio, quando nel provvedimento varato dall’esecutivo per dare un po’ di ossigeno a famiglie e imprenditori, Palazzo Chigi aveva previsto la possibilità di scorporare le tasse dovute da chi inquina di più dal prezzo finale dell’energia. Ma serviva l’avallo dell’Ue, visto che il meccanismo è affare dell’Unione e non di un singolo Stato. Adesso qualcosa si è mosso. Ma non basta, come ha fatto chiaramente intendere il ministro per le Imprese, Adolfo Urso, intervenuto al Meeting di Rimini.