L'Editoriale

Martedì 25 Agosto 2026

ITALIA. Dieci anni dopo Amatrice la parola più pericolosa è memoria. Non perché ricordare sia inutile, ma perché in Italia il ricordo rischia di diventare un alibi: una corona di fiori, una dichiarazione solenne e poi si torna a Roma, lasciando chi è rimasto a fare i conti con le case che non ci sono, i paesi ancora in rovina, gli abitanti ancora nei prefabbricati e i giovani che se ne sono andati.

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Il Cardinale Matteo Zuppi, che ha celebrato la Messa in ricordo delle vittime, ha detto la cosa più semplice e più dura: «Non sono senza conseguenze il tempo perduto e le risposte non date». Il presidente Sergio Mattarella ha chiesto che il risanamento venga ultimato «nel più breve tempo possibile». Hanno ragione entrambi. Ma proprio per questo bisogna aggiungere ciò che nelle cerimonie si dice meno volentieri: non si può aspettare il decennale per scoprire che la ricostruzione deve accelerare. È un dovere di ogni giorno.