Alle 3.36 del 24 agosto 2016 una scossa di magnitudo 6 devastava l'Appennino centrale. Il sindaco di allora Sergio Pirozzi: "Ricordo gli strilli e chi, all'alba, girava nudo tra le macerie per cercare i propri figli"
Dieci anni fa una scossa di magnitudo 6 devastava l'Appennino centrale. Duecentonovantanove le vittime, la maggior parte delle quali ad Amatrice. Macerie, polvere, corpi intrappolati sotto a paesi diventati ammassi di macerie. "C'era la luna piena. Ricordo gli strilli - racconta all'Adnkronos l'allora sindaco, Sergio Pirozzi -, Porta Carbonara, uno degli ingressi delle vecchie cinte di mura, non esisteva più. Aveva retto al terremoto del 1979 prima e a quello dell'Aquila poi, nel 2009. C'era una donna affacciata alla finestra. Le dissi 'Aspetta, prendiamo una scala'. In quel momento c'è stata una seconda scossa, alle 4.30. E non si è sentito più niente. Mi tornano alla mente quanti, in preda alla disperazione, giravano nudi tra le macerie. Alle prime luci dell'alba ognuno cercava i propri figli. Ricordo il riconoscimento dei corpi, tutti compagni di una vita. Mi accompagnò Bruno Porro, assessore e amico. Aveva appena perso il padre e la madre sotto alle macerie. E venne con me, a parlare con i familiari di chi eravamo riusciti a identificare".









