Adesso che anche Ocasio-Cortez ha preso le distanze dagli eccessi della cultura woke viene voglia di ricordare in quanti, anche a sinistra, lo avevano già fatto. Specie in Europa, essendo il woke, nelle sue forme più dogmatiche, un fenomeno tipicamente americano. Era il gennaio del 2018 quando Le Monde pubblicò un vigoroso appello, firmato da cento donne francesi note e meno note, attrici, intellettuali, scrittrici e giornaliste, contro la deriva inquisitoria del movimento #MeToo. Bene denunciare la violenza di genere, diceva in sostanza quell’appello. Male anzi malissimo la gogna mediatica per i sospetti, e attenzione al rischio che eros e seduzione diventino di per sé stessi oggetto di diffidenza e di repressione.
C’era già tutto, in quel manifesto di otto anni fa. Il senso era: una giusta causa non giustifica mezzi ingiusti e oppressivi. Non si risponde alla prepotenza con la prepotenza. Ne scrissi con partecipata simpatia su Repubblica, e risparmio ai lettori di ricordare le volte che (anche in questa newsletter) ho espresso fastidio per il moralismo censorio che trasuda da certe prese di posizione “purificatrici”: la volontà di estirpare il male dal mondo è tipica dei fanatici, movente ideale per i linciaggi sui social, ai livelli più bassi, e di epurazioni politiche e professionali ai livelli più alti di potere.











