L'affondo di Scott Bessent, il segretario al Tesoro Usa, contro «il malvagio regime iraniano», non risparmia nessuno, nemmeno, e soprattutto, la Cina, se rimpingua le casse di Teheran con transazioni preziose. E non è un caso che Pechino finirà al centro delle attenzioni americane visto il ruolo ormai certificato nella crisi scattata con il conflitto in Iran.
La Cina ha dimostrato di essere il grande ago della bilancia, il grande equilibratore del mercato petrolifero mondiale grazie alla sua flessibilità nelle importazioni di petrolio e nella modulazione della domanda.
In poco più di un mese dopo l'attacco di Trump in Iran, sottolineano gli esperti, Pechino è riuscita a quasi dimezzare la sua domanda di petrolio dall'area del Golfo. Si parla di un taglio secco di circa 5 milioni di barili al giorno contro i 12 milioni importati prima del 28 febbraio.
A giugno sarebbero calate di oltre il 41% le importazioni rispetto all'anno precedente, scendendo a 7,12 milioni di barili al giorno, un livello considerato il più basso dal 2016. Tutto questo è avvenuto dopo che nel 2025 la Cina aveva importato la cifra record di 11,55 milioni di barili al giorno, arrivando a rappresentare il 16% della domanda globale di petrolio.











