Spesso si usa l'espressione «il vizio della memoria» – o il vizio di dimenticare – per indicare la tendenza collettiva a rimuovere i fatti scomodi della storia, della politica o della giustizia. Tendenza accentuata dai social network, dai ritmi di una società nella quale l’importante è correre e fare tutto in fretta, praticamente a prescindere da quello che poi si fa realmente, prendendosi meriti altrui o predicando buoni comportamenti pur essendo portatori di cattivi esempi.

Ecco, dunque, che i Giochi del Mediterraneo di Taranto diventano nel racconto di questi giorni come merito e frutto del commissario Ferrarese - a cui va riconosciuto di aver speso nei tempi previsti i soldi messi a disposizione dal Governo Meloni - e non anche di chi in quell’assolato agosto del 2019, volando a Patrasso su un charter privo di aria condizionata, firmò con il comitato internazionale il contratto per la disputa della competizione nel 2026 a Taranto. A Michele Emiliano, Rinaldo Melucci e Elio Sannicandro va riconosciuto di aver creduto per primi nella possibilità di cambiare il futuro e il racconto della città dei due mari, ospitando una manifestazione che avrebbe richiesto, come poi è avvenuto, una rivoluzione impiantistica destinata – se ben manutenuta e gestita – a incidere sul serio sulle possibilità di sviluppo e crescita di una città ancora in bilico tra passato e futuro. Poi c’è stato il Covid ed è accaduto politicamente di tutto, è stato nominato un commissario e un nuovo comitato organizzatore, Ferrarese è stato bravo e scaltro nel gestire la comunicazione pro domo sua mentre altri dormivano, ma una ripetizione di storia non fa male a nessuno e dunque è giusto dare il giusto riconoscimento a chi si intestò la battaglia dei Giochi, beccandosi pure gli sberleffi di chi, in gran tiro l’altra sera per la cena di gala al Castello Aragonese, allora disse e scrisse che quei Giochi non li voleva nessuno. E menomale, aggiungiamo con il senno di poi, visto che averli è stato sicuramente meglio che non averli.