VENEZIA - C'è il Plessi artista, ma anche il Plessi insegnante. Un docente che amava confrontarsi con le nuove generazioni. A ricordare questo aspetto del pioniere delle videoinstallazioni in Italia scomparso all'età di 86 anni è Luca Massimo Barbero, direttore (e prossimo presidente) dell'Istituto di Storia dell'Arte della Fondazione Giorgio Cini, per oltre 17 anni curatore associato della Collezione Peggy Guggenheim di Venezia.
Direttore, quando vi siete conosciuti? «Prima che personalmente, ho conosciuto Plessi attraverso i suoi lavori. Una parte che spesso non viene ricordata nelle sue biografie è quella di docente di pittura all'Accademia di Belle Arti di Venezia. Qui Plessi era, come dire, la risposta amichevole e forte alla pittura dell'aula di Emilio Vedova. L'Accademia aveva questi due grandi pilastri molto differenti e noi giovani andavamo a "spiare" le loro lezioni. Quello didattico - a Venezia e poi a Colonia dove ha insegnato Umanizzazione delle Tecnologie e Scenografie elettroniche - è un aspetto di Plessi da non trascurare». Com'era con gli allievi? «Molto amato. Aperto, generoso, gli piaceva confrontarsi con le nuove generazioni. Aveva una energia incredibile e una grande curiosità verso il nuovo. Ricordo quando veniva alla Guggenheim a Venezia, il confronto che in museo aveva con i grandi collezionisti americani, l'ottimo rapporto con i direttori di New York e i curatori. Colpiva il suo essere pienamente un rappresentante dell'arte internazionale a Venezia e viceversa. Un veneziano vero». Non di nascita, però. «La nascita non dà l'appartenenza alla cultura della città. Plessi ha rappresentato e rappresenta il grande, ultimo bastione dell'internazionalità che in un modo dirompente aveva centro proprio a Venezia. È molto interessante pensarlo come un artista "unstoppable", come direbbero gli americani. Inesauribile». Perché sottolinea l'importanza della docenza di Plessi? «Abbiamo tutti negli occhi le sue grandi installazioni, la sua fama, il suo rapporto con l'internazionalità, la sua disseminazione vitale del lavoro. Ma pochi hanno in mente un Plessi che parla con i giovani». All'inizio le sue videoinstallazioni erano molto discusse. «Alla fine degli anni 70 e nei primi anni 80 incomincia una sorta di rapporto fra quella che era la videoarte - che all'epoca si chiamava videotape - e la videoinstallazione. E, sì, la videoinstallazione all'epoca faceva molto discutere: era una sorta di ibridazione della purezza sperimentale del videotape, immetteva con una sorta di spettacolarità il visitatore dentro l'opera. Direi che, dopo il periodo della docenza, questo è il secondo momento in cui ho "incontrato" Plessi». E come opere? «Ho amato Bronx, presentata nel 1986 alla 42. Biennale Arte: eravamo in un momento di esplosione della pittura e Plessi intervenne con una installazione molto dura, forte, tecnologica. Lo stesso fece l'anno dopo a Documenta 8 a Kassel, in Germania, dove presentò Roma, una installazione letteralmente in controtendenza, un grande nastro che idealmente trasportava porfido e pietre con i monitor, una sorta di archeologia della tecnologia». Non tutte le sue opere sono state apprezzate. «Plessi lo conosciamo come il prolifico, inventivo autore di straordinarie installazioni. E, sì, discusse talvolta. Perché, non bisogna dimenticarlo, Plessi non è mai passato indenne alle critiche, non è mai stato sotto traccia». Come l'albero di Natale a Venezia? «Esatto. Ma se devo ricordare qualcosa in città è quando ero alla Guggenheim e tornavo a Venezia in aereo: mi divertiva vedere dall'oblò i suoi Mari Verticali, un'opera tanto imponente quanto discussa (e ancora non c'erano i social). Quando vedevi quelle gigantesche imbarcazioni di oltre 40 metri capivi, atterrando, che sul serio eri tornato a casa». Plessi lascia anche tante "carte". «Sì, pensieri e appunti precisi. Un grandissimo disegnatore con una capacità tecnica e una visione già tridimensionale del lavoro che aveva in mente».










