La statua in bronzo di Leonardo Sciascia lungo il corso Garibaldi, il luogo dello struscio, è la perfetta metafora di una Racalmuto rimasta pressoché immobile. E del resto Sciascia aveva battezzato questo paese “Regalpetra”, il paese della ragione.

Ma la ragione, tra queste strade ancora intrise di zolfo, ha lasciato il posto a una rassegnazione immobile.

Un vuoto che nessuna sentenza ha colmato: la sparizione di un uomo ordinario, svanito nel nulla in un mercoledì di primavera dell’aprile del 1998. Si può essere cancellati dal mondo in un istante? A Racalmuto la risposta – da decenni – è purtroppo sì. Questo è il racconto di Alfonso Delfino, l’ex capo dell’Utc, uscito di casa il 29 aprile 1998 per non fare più ritorno. Un giallo sospeso tra miliardi di appalti pubblici, boss di Cosa Nostra e il silenzio di una comunità che persino il capitano Bellodi del “Giorno della civetta” avrebbe faticato a dipanare.

La mattina del 29 aprile 1998, Alfonso Delfino ha 58 anni. È un professionista meticoloso che per anni ha diretto l’Utc comunale. Quel giorno Delfino esce per andare a dare un’occhiata ad un terreno di sua proprietà non lontano da Racalmuto, ma a sera la sua sedia rimane vuota. La famiglia, avvertito il pericolo, dà subito l'allarme.