Hanno fatto a pezzi Padre Pino Puglisi. Prima Cosa nostra, con un colpo di pistola. Era il 15 settembre del 1993. Poi, molti anni dopo, la devozione. Letteralmente. Un frammento di dito qui, una reliquia là, piccoli pezzi del suo corpo custoditi, venerati, trasportati da una parrocchia all’altra, in pellegrinaggio permanente. Il beato dell’antimafia itinerante. La santità, in Sicilia, ha anche una logistica.
Le reliquie fanno parte della tradizione cattolica. È normale. Meno normale è che, negli ultimi anni, anche l’antimafia abbia assunto gli stessi codici liturgici. Non bastano più il ricordo, lo studio, l’esempio. Servono oggetti da esporre, teche da inaugurare, luoghi da consacrare. Cose da toccare. L’antimafia, come ogni religione civile che si rispetti, ha bisogno del suo apparato sacrale.
Giovanni Falcone, però, presenta un problema. Di lui non è rimasto praticamente nulla. L’esplosione di Capaci, il 23 maggio 1992, ha cancellato persino la possibilità di una reliquia. Nessun frammento del corpo da venerare. Nessun osso, nessuna ciocca di capelli, nessun dito da portare in processione.
E allora si venera ciò che resta. La Fiat Croma bianca, ad esempio. L’automobile blindata sulla quale il magistrato viaggiava insieme alla moglie Francesca Morvillo e agli uomini della scorta. La lamiera contorta diventa reliquia sostitutiva. Il metallo prende il posto delle ossa. La teca sostituisce il reliquiario.








