Pubblicato il: 23/08/2026 – 10:11

di Ennio Stamile

Ci sono storie che i libri non raccontano, ma che restano impresse nelle pietre dei vicoli e nella memoria profonda dei piccoli borghi della nostra splendida Calabria. A Sant’Agata di Esaro, un suggestivo paese calabrese incastonato tra i boschi del Pollino, vive il ricordo di una vicenda umana straordinaria. È la storia di Salvatore Marinelli, della sua incredibile resilienza, di un’amicizia fraterna e di una tradizione legata al Sabato Santo che, forse, non ha eguali nel resto del mondo. La giovinezza di Salvatore Marinelli viene bruscamente segnata dai tragici eventi della Seconda Guerra Mondiale. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, Salvatore subisce il drammatico destino di migliaia di soldati italiani: viene fatto prigioniero dai tedeschi e deportato in Germania. Gli anni nei campi di prigionia sono duri, scanditi da privazioni e sofferenze, ma l’amore per la sua terra e la speranza del ritorno tengono vivo il suo spirito. Quando la guerra finalmente finisce, Salvatore si ritrova libero, in un’Europa in macerie e senza mezzi di trasporto.

Il ritorno nel suo paese d’origine

Non si perde d’animo: si mette in cammino e, sfidando la fatica per un paio di mesi, ritorna a piedi nel suo paese d’origine. Tornato a Sant’Agata di Esaro, Salvatore riprende la sua vita e diventa una figura iconica per l’intera comunità. Lavora come elettricista del paese e a lui viene affidato un compito fondamentale: la gestione dell’illuminazione pubblica. All’epoca, l’accensione e lo spegnimento dei lampioni non erano automatizzati; bisognava farlo rigorosamente a mano, arrampicandosi e raggiungendo anche i punti più alti. Per la sua incredibile agilità nel muoversi tra i pali e i vicoli del borgo, i santagatesi gli affibbiano un soprannome che lo accompagnerà per sempre: “la Scimmia”. Salvatore è l’uomo che porta la luce e che, la sera, accende il paese per restituirlo al riposo della notte. Gli anni passano e la vecchiaia avanza. Salvatore e la sua anziana moglie si ritrovano soli, senza figli che possano accudirli o a cui tramandare i propri ricordi. È in questo momento di fragilità che la provvidenza si manifesta sotto le spoglie di Francesco Borrello (soprannominato “Claudio Villa” per la sua somiglianza con il noto cantante). Francesco ha già una famiglia numerosa a cui badare, con ben sette figli da crescere, ma possiede un cuore grande. Vedendo la solitudine dei due anziani coniugi, decide di prendersi cura di Salvatore e della moglie, stringendo con lui un legame profondo e sincero. Riconoscente per questo affetto disinteressato, Salvatore decide di affidare a Francesco un segreto ancestrale, tramandandogli da tempo immemore, la custodia di una tradizione sacra legata alla liturgia della Pasqua.