Una stangata o una stangatina, a seconda dei casi. Ma sono pochi i Comuni che hanno deciso di non aumentare il costo della Tari, ossia la tassa sui rifiuti, o della Tcp, ossia la tariffa corrispettiva puntuale. Ma perché questo aumento? "Perché aumentano i costi di gestione", è la prima risposta di Vito Belladonna, direttore di Atersir (l’Agenzia territoriale dell’Emilia Romagna per i servizi Idrici e rifiuti). Ed ecco che l’Agenzia ha stabilito un aumento medio regionale del 3,4%.
Per cominciare: tutto il servizio (dalla raccolta fino all’auspicabile riciclo) si paga: non c’è nessuna sovvenzione pubblica. Secondo elemento: sono aumentati il carburante (+15% rispetto al 2025), l’energia elettrica (+10% nel primo semestre del 2026), i contratti di lavoro sia di settore sia delle cooperative sociali (+9%). E poi c’è una cifra che sta lo 0,5 e l’1% che è da imputare ai servizi integrativi. E qui si apre un altro capitolo doloroso: il passaggio da un sistema di raccolta a un altro (per esempio il porta a porta oppure i cassonetti con l’apertura a tessera) porta sempre a un periodo di assestamento durante il quale aumenta l’abbandono dei rifiuti. Sacchetti mollati nei cestini lungo la strada o, peggio ancora, gettati in campi, fossi, parchi pubblici. Ed ecco allora che in molte città sono spuntati, per esempio, gli ’spazzini di quartiere’: servizi sbandierati e anche apprezzati, che poi però vanno pagati. "Noi pensiamo che in 4 o 5 anni questi problemi si risolveranno e i servizi integrativi non saranno più necessari", fa i conti Belladonna.







