La domanda non è priva di senso: se Elly Schlein e Giuseppe Conte hanno la stessa linea, perché alle primarie non votare lui, che è tecnicamente più preparato di lei, e forse ha più chance di battere Giorgia Meloni?
Ovviamente è un rovello che circola tra gli elettori del Pd, tra quelli meno fidelizzati, cioè fuori dallo zoccolo duro che da sempre, istintivamente, sta con il/la segretario/a. La questione va ponendosi in questi termini nella misura in cui l’avvocato del popolo ha fatto propria la visione del Pd post-riformista, imperniata sul doppio binario disarmo e questione sociale.
Il capo del M5S ha ormai archiviato la stagione dei decreti sicurezza, del bonus favorevole ai ricchi, dell’assistenzialismo spinto, per non parlare di tutta la vecchia narrazione grillo-casaleggiana tra vaffa e finto egualitarismo dell’uno vale uno. Anche se ogni tanto la frizione scappa, come al suo antico portavoce e consigliere, Rocco Casalino, che al Corriere ha detto che il tema dell’immigrazione «preoccupa tanti gay».
Ma resta che Conte si sia trasformato nell’uomo di Stato che ha al suo attivo la fermezza del lockdown e la concertazione con gli scienziati, facendo dimenticare i banchi a rotelle, l’esercito russo in Italia e le altre follie di quella stagione. Addirittura, Conte appare a molti uno “statista contro l’establishment”, sì alla pochette ma no ai salotti.









