Nella società contemporanea troppi eventi appaiono insensati ma vengono accettati come meccanismi ordinari senza che ci si soffermi sulla loro intrinseca insensatezza. Se nel rientrare a casa ci accorgessimo che la nostra chiave non apre più la porta ci porremmo molte domande, cercheremmo di capire i motivi di tale fatto inaspettato e privo di apparente spiegazione e ci adopereremmo immediatamente per risolvere il problema.

Nella società nella quale abbiamo avuto in sorte di trovarci non funziona così, qui gli eventi insensati vengono accettati, metabolizzati o semplicemente ignorati a causa di un sistema narrativo talmente ampio ed articolato da assumere le caratteristiche di un vero e proprio dispositivo di controllo. A rigore, nulla di ciò che accade nelle attuali società occidentali è immediatamente e palesemente spiegabile e ciò sia a causa della complessità nella quale viviamo sia in forza di un sistema che persegue finalità che non ha interesse a rendere esplicite. Per capire ciò di cui stiamo parlando occorre riflettere su tanti aspetti che contraddistinguono la società e che convergono a costruire, instaurare e conservare un sistema di potere.

Per comprendere il funzionamento delle società occidentali nate nel Novecento è necessario elaborare una chiave interpretativa sociale, politica e filosofica senza la quale molti aspetti rimangono sullo sfondo delle approssimazioni. Nell’attuale fase di Globalismo maturo questa chiave interpretativa può assumere, a mio parere, la struttura esplicativa che potremmo definire come «Teoria del Parastato gramsciano». Per comprenderne la genealogia occorre riflettere sul concetto e sulla prassi della rivoluzione marxista nelle sue linee generali. Il concetto di «rivoluzione marxista» prende le mosse dalla dialettica hegeliana riletta in senso esclusivamente materialistico, immanentista ed economicista. Georg W. F. Hegel aveva individuato nel conflitto sia il movente dello Spirito che il senso della Storia, indicando nell’idea di superamento (Aufhebung) la chiave per leggere la realtà nel suo prodursi. Karl Marx prese le mosse da tale concetto operandone il cosiddetto «rovesciamento»: non è lo Spirito a muovere la Storia, come voleva Hegel, ma sono i rapporti di produzione alla base della lotta di classe. La rivoluzione non è dunque un evento etico o volontaristico, non si tratta semplicemente degli oppressi che si ribellano, ma è la risoluzione necessaria di una contraddizione oggettiva: il proletariato, classe priva di proprietà, è chiamato a negare la società borghese e, negandola, a negare sé stesso in quanto classe aprendo così la fase della società senza classi. Sarà Lenin il più chiaro interprete dell’idea di «rivoluzione marxista» affermando, contro ogni socialdemocraticismo evoluzionista, che lo Stato è «un modo particolare di organizzare la violenza» e che la rivoluzione non può limitarsi a «prendere possesso» della macchina statale esistente ma deve abbatterla dalle fondamenta. Storicamente, la rivoluzione marxista si configura come sequenza di colpi di Stato più o meno riusciti: dall’esordio nel 1848 alla Comune di Parigi del 1871, sino alla rivoluzione russa del 1905, si arriva alla presa del potere del 1917 in Russia ed a tutti gli innumerevoli problemi di applicazione del marxismo-leninismo che giungeranno, non senza il viatico di milioni di morti, al crollo dell’Urss nel 1991. Fin dalla strutturazione del primo potere sovietico, tuttavia, emerse la grande contraddizione alla base del Comunismo, stigmatizzata tra gli altri dallo stesso Lev Trotsky in La rivoluzione tradita, e cioè la riduzione dei fini rivoluzionari alla mera sostituzione di un potere con un altro, trasformando così la dittatura del proletariato in dittatura sul proletariato. Nasce qui l’ampia riflessione sull’inapplicabilità dei fini rivoluzionari che origina la Scuola marxista e che vede in Antonio Gramsci uno dei più originali ed acuti esponenti.