Le rivoluzioni tecnologiche portano sempre a una riscrittura dei criteri da cui dipende la credibilità del sapere. Termini come verità, realtà, universalità, obiettività tendono a perdere, di conseguenza, il loro valore tradizionale. Abbiamo visto affermarsi un principio del genere durante quella temperie culturale che abbiamo battezzato postmoderno, che Gianni Vattimo riteneva essere la koinè ermeneutica del nostro tempo. A ben pensare, il postmoderno ha messo in discussione proprio la legittimità del sapere nei modi e nelle forme che erano tramandate. La rivoluzione tecnologica a esso immanente è stata quella del digitale, che precede dal punto di vista intellettuale di gran lunga il momento in cui noi abbiamo iniziato a frequentarla praticamente. La teoria degli automi di Von Neumann e la cibernetica di Wiener negli anni 1940 ne sono già un’evidenza matura.
Il postmoderno ci dice che la questione della legittimità del sapere è in fin dei conti politica. Gradualmente, la politica effettiva comincia a rendersene conto. Le campagne elettorali di Obama e la vicenda Cambridge Analitica ne sono testimonianza. Ma forse il rilievo politico del digitale si è manifestato in tutta la sua evidenza subito dopo la prima elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti nel 2016. Subito dopo le elezioni, infatti, Trump convocò — su proposta di Peter Thiel — un vertice con i leader più significativi dell’industria tecnologica. C’erano tutti i big names della Silicon Valley: Jeff Bezos, Elon Musk, Tim Cook, Sheryl Sandberg, Larry Page, Eric Schmidt, Satya Nadella. Un incontro così concepito metteva in luce la profonda trasformazione dell’industria americana. Non c’erano più i colossi dell’automotive, come General Motors, Chrisler, Ford, e al posto loro c’erano i colossi del digitale.











