C’è una parola che negli ultimi anni ha colonizzato il lessico della politica industriale europea, declinata in convegni, libri bianchi e dichiarazioni di intenti: sovranità. Sovranità digitale, sovranità tecnologica, sovranità dell’intelligenza artificiale. Un concetto necessario, ma che rischia di trasformarsi in una trappola — concettuale e finanziaria — per chi lo insegue senza fare i conti con la realtà.
A dirlo, dati alla mano, è Boston Consulting Group in un report pubblicato lo scorso marzo dal titolo volutamente provocatorio: “For Most Countries, AI Sovereignty Is an Illusion. Resilience Is Real”. Ovvero: per la maggior parte dei Paesi, la sovranità sull’AI è un’illusione. La resilienza, invece, è reale e raggiungibile.
La tesi di fondo è chirurgica nella sua semplicità: costruire un ecosistema di intelligenza artificiale completamente autonomo — dai chip ai modelli fondazionali, dall’infrastruttura cloud ai dati di addestramento — richiede risorse, competenze e scala che oggi appartengono a pochissimi attori planetari. Il confronto più impietoso riguarda la potenza di calcolo, quella che nel gergo tecnico si misura in Gpu, le unità di elaborazione grafica che fanno girare i grandi modelli di linguaggio. Il programma nazionale indiano IndiaAI, uno dei più ambiziosi tra le economie emergenti, ha raggiunto dopo anni di investimenti circa 62.000 Gpu. Microsoft, da sola, ne ha acquistate circa 485.000 nel solo 2024. Il gap non è recuperabile con sussidi statali. La Germania lo ha scoperto a proprie spese con il progetto del polo produttivo Intel a Magdeburgo: quasi 10 miliardi di euro di sussidi pubblici verso un investimento complessivo da circa 30 miliardi, poi naufragato per una combinazione di cicli di costo globali, dipendenze dai fornitori e riprioritizzazioni aziendali. L’Australia ci ha provato sul fronte dei modelli: Matilda ambiva a creare un modello linguistico nazionale addestrato su dati e casi d’uso locali. Ha prodotto asset domestici interessanti, ma è rimasta confinata in un ecosistema proprietario, e i suoi stessi sostenitori ammettono oggi che mantenere performance competitive richiede partnership con fornitori globali.














