Distinguere i fatti verificabili dalla loro strumentalizzazione narrativa non è un esercizio accademico, ma la condizione minima per non trasformarsi, come parte della stampa internazionale ha fatto in questo caso, in cassa di risonanza involontaria di un’operazione di comunicazione strategica. L’analisi di Alberto Pagani, docente a contratto di Geopolitica e Geostrategia, Università di Bologna — Esperto di Intelligence e Guerra Cognitiva

Il 7 agosto 2026, ad Al-Safa Palace, i vertici di Arabia Saudita, Turchia e Pakistan hanno firmato il Mecca Joint Defence Agreement, un patto di difesa collettiva che riprende esplicitamente la logica dell’Articolo 5 della Nato: un attacco armato contro uno dei tre firmatari sarà considerato un attacco contro tutti. L’accordo consolida in una struttura permanente, dotata di comitato ministeriale e segretariato con sede saudita, una convergenza che si era già delineata nei mesi precedenti attraverso il patto bilaterale di difesa strategica siglato da Riyad e Islamabad nel settembre 2025 e attraverso la crescente cooperazione militare turco-pachistana.

Sarebbe però un errore leggere il Mecca Joint Defence Agreement come un semplice esercizio diplomatico di allineamento sunnita. Il contesto che ne spiega tempistica e urgenza è la guerra apertasi nel 2026 tra Stati Uniti, Israele e Iran, nel corso della quale l’Arabia Saudita è stata colpita da attacchi di droni di matrice iraniana e ha visto incrinarsi la fiducia nella capacità — e nella volontà — di Washington di garantirne la sicurezza in tempo reale. È in questo scenario di erosione dell’ombrello americano che Riyad, Ankara e Islamabad hanno scelto di darsi una garanzia reciproca, mettendo sul piatto una combinazione di risorse — l’arsenale nucleare pachistano, il secondo esercito della Nato per dimensioni, la capacità finanziaria e l’influenza religiosa saudita — capace di rappresentare, nelle parole di diversi analisti regionali, un punto di svolta nell’ordine multipolare mediorientale.