C’è un problema che nel centrosinistra si continua a fingere di non vedere: nel cosiddetto “campo largo” lo spazio per una cultura moderata, liberale, riformista e garantista si sta restringendo fino quasi a scomparire. E sorprende vedere Matteo Renzi, che per anni ha costruito la propria identità politica contro il populismo e il giustizialismo grillino, cercare oggi di convincerci che Giuseppe Conte sia diventato un interlocutore naturale.
L’intervento pubblicato ieri su Repubblica è emblematico. Il titolo è già un programma: “Conte ha ragione, sul ceto medio si gioca il voto”. Renzi sostiene che la sinistra debba superare gli eccessi woke, tornare alla questione sociale e parlare al ceto medio. Fin qui si può persino essere d’accordo. Il problema arriva subito dopo: per sostenere questa tesi Renzi finisce per accreditare proprio Conte, il leader di quel Movimento 5 Stelle contro il quale ha combattuto alcune delle sue battaglie politiche più nette.
È questo il cortocircuito. Non si può denunciare l’ideologia e poi dimenticare l’ideologia grillina. Non si può invocare il merito e archiviare il reddito di cittadinanza nella sua versione originaria, il Superbonus, il populismo fiscale e anni di propaganda contro le competenze. Non si può rivendicare il garantismo e far finta che non sia esistita una stagione segnata dal giustizialismo e dalle gogna mediatiche. Soprattutto non si può spiegare per anni che Conte incarnava una concezione opposta alla propria e poi presentarlo quasi come il compagno di viaggio necessario per “battere la destra”.








