C’è un punto che ormai non può più essere nascosto dietro formule di comodo: il cosiddetto campo largo non è più il centrosinistra che molti di noi hanno conosciuto. È diventato qualcosa di diverso, con un baricentro politico sempre più spostato verso Giuseppe Conte e il Movimento 5 Stelle. Non è una questione di simpatie personali. È una questione di identità, cultura politica e visione del Paese.

Chi viene da una storia riformista, garantista, europeista, liberale e atlantista fa sempre più fatica a riconoscersi in una coalizione nella quale linguaggio, priorità e perfino veti sembrano essere dettati altrove. Eppure continuiamo a raccontarci che basti mettere insieme tutto ciò che è contro Giorgia Meloni per trasformarlo automaticamente in un progetto politico.

Non funziona così. L’avversario non può essere il programma. La necessità di battere la destra può essere una ragione elettorale, ma non può diventare l’unica ragione per stare insieme. Perché restano differenze profonde sulla giustizia, sulla politica estera, sull’Ucraina, sull’Europa, sulle infrastrutture, sul rapporto con le imprese, sulla crescita, sul merito e perfino sull’idea stessa di governo.

È qui che la rincorsa al campo largo diventa difficile da comprendere. Per anni si è costruita un’identità politica proprio in contrapposizione al populismo e al giustizialismo grillino. Oggi, invece, quelle differenze sembrano diventate improvvisamente secondarie, quasi un fastidio da rimuovere pur di rimanere dentro un perimetro deciso da altri. E nel frattempo quel perimetro si organizza.