Dieci anni fa il sisma che devastò il Centro Italia. Il racconto delle ore in cui Amatrice fu cancellata dalle macerie, attraverso le testimonianze di chi riuscì a salvarsi, di chi scavò a mani nude e di chi vide la propria vita cambiare in pochi secondi.Alle 3.36 del 24 agosto 2016, mentre Amatrice dormiva nel silenzio della notte, la terra cominciò a tremare. Furono pochi, interminabili secondi. Una scossa di magnitudo 6.0, secondo i dati della Protezione Civile, colpì il Centro Italia, investendo in particolare Lazio, Marche, Umbria e Abruzzo. Il bilancio finale fu di 299 morti, di cui 237 ad Amatrice, oltre a centinaia di feriti e a migliaia di persone costrette a lasciare le proprie case.
Per Amatrice fu una notte che divise il tempo in due: prima e dopo le 3.36. Il centro storico venne devastato, palazzi e abitazioni crollarono uno sull'altro, intere famiglie rimasero intrappolate nel sonno. La cittadina che poche ore prima si preparava a un'altra giornata d'estate divenne un enorme campo di macerie, attraversato dalle sirene, dalle grida e dal rumore delle mani che scavavano.«In un attimo è crollato tutto» Tra le prime testimonianze raccolte nelle ore successive al terremoto c'era quella di un uomo che quella notte si era appena svegliato per andare al lavoro. Si chiamava Marco e abitava nel centro storico di Amatrice.Il tempo di alzarsi dal letto e la casa aveva cominciato a crollare. Il suo racconto, raccolto da la Repubblica, restituisce la velocità con cui si consumò la tragedia: «Dieci secondi sono bastati per distruggere tutto». Era riuscito a salvarsi quasi per caso, perché pochi istanti prima si era già alzato. Intorno a lui, invece, il paese era precipitato nel caos.Molti abitanti si ritrovarono in strada ancora in pigiama. Alcuni uscirono dalle finestre, altri si calarono con lenzuola e tovaglie. Altri ancora rimasero intrappolati sotto quello che fino a pochi secondi prima era il soffitto della loro camera da letto.La mano fuori dalle macerie e il salvataggio a mani nude Una delle immagini più forti di quelle ore è raccontata dalla testimonianza di un giovane sopravvissuto, ricoverato in ospedale dopo essere stato estratto dalle macerie.Si era svegliato sentendo i sassi e i calcinacci cadere sul corpo. Il tetto della casa gli era crollato addosso fino all'altezza dell'inguine. Le pietre gli riempivano la bocca e gli rendevano difficile respirare. Una sola parte del suo corpo era rimasta visibile: una mano.Fu proprio quella mano a salvarlo. Due giovani presenti ad Amatrice la notarono e cominciarono a scavare senza aspettare l'arrivo dei mezzi di soccorso, usando soltanto le proprie mani. Anche la sua fidanzata riuscì a salvarsi. In quelle prime ore, però, l'incertezza era totale: non si sapeva ancora dove fossero i genitori del ragazzo e se fossero sopravvissuti.È una delle tante storie che raccontano come, accanto alla tragedia, nelle strade di Amatrice si manifestò immediatamente una straordinaria corsa per salvare vite.Sei ore sotto le macerie, mano nella mano Giuseppe Leopardi e sua moglie Rita furono sorpresi dal terremoto nel loro letto. La loro casa crollò e i due rimasero intrappolati per circa sei ore.Giuseppe ricordò in seguito il rumore degli intonaci e delle pietre che cadevano e il peso di un grosso masso sul corpo. Lui e Rita riuscirono a resistere sotto le macerie finché due poliziotti non li individuarono. Anche in questo caso, i primi soccorsi furono condotti in condizioni estreme, senza sapere se un altro cedimento avrebbe potuto seppellire definitivamente tutti.I due agenti, Bruno e Cristiano, riuscirono prima a liberare Giuseppe e poi Rita. Quest'ultima venne estratta poco prima che altri detriti crollassero nel punto in cui si trovavano. La loro storia è rimasta una delle immagini simbolo della lotta contro il tempo che si svolse ad Amatrice: marito e moglie, intrappolati insieme nel buio, e due soccorritori che scavavano con tutto ciò che avevano a disposizione.Suor Teresa e «l'angelo» arrivato tra i crolli Tra le macerie di un istituto religioso di Amatrice fu salvata anche suor Teresa. Era ferita alla fronte e rimase intrappolata sotto i calcinacci. Continuava a gridare, ma inizialmente nessuno riusciva a sentirla.Più tardi avrebbe raccontato di aver pensato che per lei non ci fosse più nulla da fare. Poi arrivò un giovane che, incurante del pericolo, si infilò tra le parti crollate dell'edificio e riuscì a raggiungerla.Per lei quel ragazzo fu semplicemente «un angelo». Il convento in cui si trovava era stato quasi completamente distrutto e altre consorelle non riuscirono a salvarsi.Roberto, quattro ore accanto alla moglie Un'altra fotografia fece il giro del mondo nei giorni successivi al sisma. Ritratto mentre veniva estratto dalle macerie e avvolto nel Tricolore, Roberto divenne involontariamente uno dei volti della tragedia.Secondo il suo racconto raccolto dall'ANSA, rimase per circa quattro ore sotto le macerie accanto alla moglie prima di essere soccorso. Lui riuscì a salvarsi, ma il terremoto gli portò via la madre.A distanza di settimane, guardando quella fotografia, spiegò di non voler dimenticare ciò che era accaduto. Per molti sopravvissuti, infatti, la fine delle operazioni di soccorso non coincise con la fine del terremoto: la notte del 24 agosto continuò a vivere nei ricordi, nelle immagini e nella perdita delle persone care.L'Hotel Roma e la salvezza di chi riuscì a fuggire In quelle ore drammatiche, l'Hotel Roma divenne uno dei luoghi simbolo della devastazione. L'edificio ospitava turisti e residenti che avevano scelto Amatrice per trascorrere l'estate.Alcune persone riuscirono a salvarsi scendendo dalle scale antincendio o fuggendo prima che l'edificio collassasse completamente. Altre, invece, non ce la fecero. la Repubblica raccolse i racconti dei sopravvissuti e descrisse il legame che si era creato tra le persone che vivevano e lavoravano nell'albergo: per molti di loro non era soltanto una struttura ricettiva, ma una sorta di famiglia.Un bambino solo tra le macerie Tra le storie più dolorose emerse nei giorni successivi ci fu quella di Gabriele, otto anni. Secondo quanto ricostruito dal Corriere della Sera, il bambino riuscì a liberarsi da solo dalle macerie nella frazione di Casale e vagò fino a quando non venne trovato da un conoscente della famiglia.Era sopravvissuto, ma aveva perso i genitori e la sorellina. La sua vicenda divenne il simbolo di un'altra dimensione della tragedia: quella dei superstiti costretti, una volta terminata l'emergenza, a confrontarsi con un vuoto improvviso e irreparabile.Il paese cancellato in una notte Il terremoto non fu soltanto la scossa delle 3.36. Per Amatrice fu l'inizio di una lunga emergenza che coinvolse migliaia di persone, soccorritori, vigili del fuoco, volontari e forze dell'ordine.La Protezione Civile mobilitò immediatamente la macchina dei soccorsi. Nei giorni successivi furono organizzate le attività di assistenza alla popolazione, la ricerca dei superstiti, il recupero delle vittime e le verifiche sugli edifici rimasti in piedi. La sequenza sismica, inoltre, non si concluse con il 24 agosto: altre forti scosse colpirono il Centro Italia nei mesi successivi, aggravando una situazione già drammatica.A dieci anni di distanza, il ricordo di Amatrice resta legato soprattutto alle voci di quella notte. Le voci di chi sentì il boato e vide il soffitto crollare. Di chi rimase immobile sotto una montagna di pietre. Di chi cercò un familiare senza sapere se lo avrebbe ritrovato. E di chi scavò a mani nude, perché in quel momento ogni secondo poteva fare la differenza tra la vita e la morte.Le 3.36 del 24 agosto 2016 restano così un'ora impressa nella memoria italiana. L'ora in cui Amatrice crollò, ma anche quella in cui, tra il buio e le macerie, migliaia di persone cominciarono a cercare qualcuno da salvare.










