Quando ha risposto a Donald Trump con un perentorio “no”, Mark Carney ha usato un tono che da questa parte dell’Atlantico potremmo definire “gaulliano”.

Opponendosi al diktat del presidente statunitense, il primo ministro canadese ha fatto qualcosa che in precedenza avevano osato solo gli avversari degli Stati Uniti, come la Cina, o i paesi del sud del mondo come il Brasile. Nessun alleato di Washington, finora, si era mai spinto a tanto.

In questa vicenda c’è la forma e c’è anche la sostanza. Carney ha interrotto la trattativa commerciale con gli statunitensi poco dopo la mezzanotte del 22 agosto, ovvero alla scadenza fissata. “Gli Stati Uniti chiedono troppo e offrono poco”, ha spiegato il primo ministro canadese. Risultato? Washington imporrà dazi del 50 per cento per un valore di venti miliardi di dollari su prodotti canadesi. Ottawa risponderà con la stessa moneta, “dollaro per dollaro”, ha ribadito Carney.

Tra gli elementi considerati inaccettabili dal primo ministro canadese c’è la richiesta statunitense di ridurre la diffusione della lingua francese in Canada. Questa difesa dell’identità canadese davanti al rullo compressore statunitense evidenzia sia la visione dell’amministrazione Trump sia i principi difesi da Carney.