La guerra in Ucraina ha cambiato il modo di fare la guerra. Così come la Prima Guerra Mondiale sancì la morte della cavalleria e delle tattiche ottocentesche, il conflitto in Europa dell’Est ha mostrato al mondo che d’ora in poi saranno i droni i protagonisti. Kamikaze, Fpv, a fibra ottica o radiocomandati, cargo, ad ala fissa, a lungo raggio, la varietà di questi sistemi senza pilota si è già ampliata significativamente se si considera che sono solo tre anni che hanno fatto il loro ingresso sui campi di battaglia in pianta stabile. Se da un lato le super-potenze pensano già al salto di qualità, ovvero a sistemi ancora più integrati con l’intelligenza artificiale, dall’altro anche i Paesi meno ricchi si stanno affrettando a dotarsi di una propria flotta, consapevoli del fatto che operazioni prima impensabili ora sono non solo possibili, ma anche relativamente economiche.Come spesso accade, l’innovazione è nata dalla necessità. L’inferiorità numerica e la mancanza di armamenti hanno spinto gli ucraini a cercare alternative che non mettessero in ginocchio l’esercito e non dipendessero dalle forniture alleate. Dalle ricognizioni di inizio guerra in tempi relativamente brevi si è passati ad azioni offensive, sabotaggi, trasporto di rifornimenti e persino evacuazione di feriti. Gli elementi cardine di questa rivoluzione copernicana nel campo degli armamenti sono tre: disponibilità, costi bassissimi e adattabilità. A partire dai piccoli droni commerciali del marchio Dji (gli stessi che si trovano nei nostri negozi di elettronica) che intere squadre di nerd – spesso volontari – smontavano e rimontavano nei magazzini delle grandi città. All’inizio si trattava principalmente di modificare il software ed eliminare alcune impostazioni che ne impedivano l’uso per scopi militari. Un gioco da ragazzi per una generazione cresciuta a pane e videogiochi in un Paese dove il settore informatico era già molto sviluppato prima della guerra, tanto da attirare molte aziende occidentali che approfittavano di una forza lavoro preparata e a costi più bassi. Molti di questi tecnici sono rimasti senza lavoro dopo il 24 febbraio 2022, ma non per molto. I primi mesi di «voli», hanno subito dimostrato che risorsa potessero diventare i droni e così si sono aperte praterie per un settore sostanzialmente nuovo. Oggi le stampanti 3D provvedono a costruire i pezzi aggiuntivi e con circa 500 euro si produce un drone Fpv capace di far saltare un intero camion di russi o di danneggiare seriamente sistemi che costano 100 o anche 1000 volte di più. Poca spesa, qualche ora di lavoro non troppo specializzato e un soldato costato anni di addestramento, equipaggiamento e spostamenti salta in aria. Secondo fonti ucraine nel Paese si producono più di 4 milioni di droni all’anno e ci sono già più di 500 imprese impegnate nella loro produzione.Innovazione tecnica e tecnologica sono andate di pari passo creando un dispositivo letale, economico e quasi infallibile. Se gli ingegneri restano comunque necessari per aumentare i tempi di percorrenza, abbassare il peso del velivolo e aumentare il peso trasportato (ovvero la bomba), migliorare i sensori e il collegamento con il pilota, si è fatta strada una massa di migliaia di giovani che dall’adolescenza sul computer e i giochi di ruolo on-line è passata alla guerra. Una parte di questi ragazzi è stata riunita in magazzini, spesso sotterranei o in strutture ben mascherate dall’esterno. Infatti gli ultimi attacchi russi con missili balistici e droni a Dipro, Kiev e Leopoli e nelle altre città tentano di scovarli e distruggerli. L’altra parte si è arruolata e fa volare quelli che in gergo chiamano «uccelli» direttamente sulle teste dei soldati russi.Sono i militari che al fronte ti mostrano i video degli attacchi contro i «russki pidaras» - i froci russi, tutti i soldati ucraini li chiamano così – inquadrati dalle telecamere dei velivoli. Ci giocano come il gatto con il topo, ridono forte quando il malcapitato a terra fugge in preda al panico e urlano quando l’esplosione sparge per decine di metri le carni della vittima. Spesso questi video vengono montati con didascalie, sottofondo musicale e immagini buffe che deridono il nemico e poi caricati on-line, dove ormai se ne trovano a centinaia. I russi fanno la stessa cosa. Ne consegue che oltre ad aver cambiato il modo in cui si combatte, nell’epoca dell’immagine e di Instagram, i droni hanno cambiato anche la propaganda di guerra. L’ex ministro della Difesa ucraino Mykhailo Fedorov aveva capito prima di altri questi meccanismi e, oltre ad aver incentrato la sua gestione sul potenziamento dei droni, aveva introdotto un sistema a punti che permetteva alle unità con molti colpi a segno (dimostrabili dai video, appunto) di ottenere gli equipaggiamenti migliori e più costosi.Ogni unità ucraina al fronte ha i suoi dronisti e perdere un «uccello» in prima linea può voler dire la fine di una squadra. Per questo anche i combattimenti nelle posizioni più avanzate hanno cambiato radicalmente volto: gli scontri di fanteria sono quasi diventati anacronistici e la linea del fronte ha lasciato il posto alla «grey zone» (zona grigia, ndr), che nelle aree di combattimento più duro diventa «kill zone» (zona di morte), un’area di almeno una decina di chilometri per schieramento dove comandano i droni. Gli alti ufficiali che ancora non hanno accettato questo cambiamento trattano i dronisti come fanti qualsiasi, scatenando le ire dei militari che li accusano di «gestione sovietica» dei reparti. È il caso dell’ex Comandante in capo delle forze armate ucraine, ad esempio, Oleksandr Syrskyi, che era anche il capo del battaglione Skelia, dove si dice che regni il terrore. Soldati morti «a riposo», cioè non in battaglia, punizioni corporali, abusi, tattiche da tritacarne. Le stesse che valsero a Syrskyi il soprannome di macellaio.Non è il caso di Robert Brovdi, detto «Magyar», comandante del reparto di sistemi senza pilota delle Forze armate ucraine e uomo simbolo dei droni. Ex imprenditore molto attivo in Ungheria (da qui il soprannome che significa «l’ungherese»), nel 2022 si arruola volontario e costituisce una delle prime unità interamente formate da dronisti. Mentre la guerra si combatteva in trincea e sembrava di essere tornati a inizio Novecento, l’unità di Magyar insiste sull’uso dei droni e viene impiegata in alcune delle battaglie più famose. Oggi il comandante è uno dei militari più famosi d’Ucraina, i suoi video hanno centinaia di migliaia di visualizzazioni e fa parte di quella schiera di ufficiali e imprenditori che vorrebbe una riforma del sistema della Difesa improntato sulla tecnologia. Si è schierato con l’ex ministro Fedorov, ma non in modo eclatante, senza inimicarsi Zelensky e l’altra fazione – più “tradizionalista” – dei militari. Molti analisti ritengono che si stia preparando il terreno per il suo futuro politico.Del resto l’Ucraina è diventata per l’Occidente il centro di sviluppo privilegiato dei nuovi sistemi d’arma. A Kiev se ne sono accorti per tempo e hanno impresso alla diplomazia una svolta basata sui cosiddetti drone deal. Da un lato gli ucraini forniscono mezzi, competenze o addestramento, dall’altro chiedono finanziamenti, contraerea e artiglieria a lungo raggio, rifornimenti. Aziende come Fire point, di Denis Shtilerman, da start-up di guerra si sono trasformate in leader mondiali nel settore dei droni e partecipano a tutte le fiere internazionali mentre continuano ad apportare migliorie e innovazioni nel settore.In una recente esercitazione militare in Germania, i piloti di droni ucraini hanno inflitto una sonora sconfitta a un’intera unità corazzata statunitense. Le implicazioni di questo risultato sono enormi, pur trattandosi di una semplice esercitazione, infatti le industrie belliche tradizionali si stanno interrogando sull’utilità di progetti miliardari come i carri armati di nuova generazione, i missili o la contraerea. Dopo una prima fase di attesa, gli Usa si sono affrettati a stabilire il solito «rapporto esclusivo» fatto di finanziamenti, contatti diretti e ricatti. Le riunioni tra i manager della Silicon Valley e i vertici di Kiev si sono moltiplicati nell’ultimo anno, Mike Pompeo – segretario di Stato del primo mandato Trump ed ex direttore della Cia – figura come membro permanente del direttivo di Fire Point, senza contare gli osservatori delle forze armate a stelle e strisce che in Ucraina sono una presenza costante. Stavolta non si tratta solo della classica «protezione dell’investimento», a Washington sanno che la posta in gioco è il mantenimento dell’egemonia.