Dall’Ucraina all’Iran, dal Mali al Myanmar, i droni stanno trasformando la guerra moderna e il modo in cui Stati, gruppi armati e perfino organizzazioni criminali esercitano la forza. Questi sistemi sono ormai onnipresenti sul campo di battaglia, dalla ricognizione all’attacco fino alla logistica. In Ucraina, dal 2025, sarebbero responsabili di una quota stimata tra il 70 e l’85 per cento delle perdite complessive nel personale e negli equipaggiamenti. Ma ridurre questa trasformazione ai droni Fpv esplosivi o ai droni a lungo raggio come gli Shahed sarebbe riduttivo.I droni stanno comprimendo i tempi della guerra, ampliando la capacità di osservazione e ridefinendo strutture militari, innovazione e produzione industriale. Si può quindi parlare di una progressiva “dronizzazione” della guerra: i droni non sono semplicemente un’arma, ma parte di un ecosistema nel quale sensori, software, robotica, nuove unità e modelli produttivi convergono.Per comprenderne l’impatto bisogna considerarli come computer aerei, navali o terrestri capaci di percepire l’ambiente, elaborare dati e comunicare con altri sistemi e operatori.Tra i principali effetti della loro proliferazione vi è una crescente “trasparenza” del campo di battaglia. La presenza diffusa e costante dei loro sensori (ottici, termici, radar, acustici, ecc.) rende molto più difficile concentrare e muovere le forze senza essere individuati. Osservazione e rapida capacità d’attacco penetrano sempre più nelle retrovie, complicando l’uso dell’elemento sorpresa. L’esperienza ucraina ha indotto la dispersione delle forze e limitato l’impiego di grandi formazioni, rendendo essenziali camuffamento, controllo delle emissioni elettromagnetiche, l’uso di falsi bersagli e riposizionamenti frequenti.Un’altra conseguenza riguarda l’accesso alle informazioni. Grazie ai loro sensori, i droni contribuiscono a produrre una quantità di dati che i tradizionali processi di intelligence faticano a gestire. Diventano quindi indispensabili piattaforme collaborative come l’ucraina Delta, che fondono informazioni su migliaia di obiettivi in un quadro operativo comune. Il risultato è spesso un drastico accorciamento della “kill chain”, dall’individuazione del bersaglio all’attacco. Ma vedere di più non significa necessariamente capire di più. Il vantaggio deriva dalla capacità di trasformare rapidamente i dati in informazioni utilizzabili, evitando il micromanagement. La crescente connettività è inoltre una vulnerabilità: comunicazioni satellitari e reti digitali possono essere disturbate o compromesse da guerra elettronica, attacchi cyber o cinetici. Se l’intelligenza artificiale può ridurre alcune di queste fragilità, non elimina il rischio di errori e manipolazione dei dati.Un altro cambiamento significativo riguarda il ritmo dell’innovazione. In Ucraina, ad esempio, molte aziende della difesa mantengono tecnici vicino al fronte, in contatto diretto con le unità, permettendo di modificare continuamente i droni in risposta alle contromisure nemiche.Anche i numeri contano: Kiev punta a produrre oltre sette milioni di droni nel 2026, mentre decine di migliaia sono impiegati quotidianamente dai due schieramenti. Modelli come il marketplace pubblico DOT-Chain Defence introdotto dal governo ucraino cercano inoltre di accorciare il processo di acquisizione: le unità scelgono ciò che serve e lo Stato compra. È una logica assai diversa dai programmi militari tradizionali, pensati per piattaforme destinate a durare decenni. Design digitalizzato, stampa 3D e modularità permettono di modificare i sistemi durante la produzione. La competizione non consiste necessariamente nel costruire il drone o le contromisure migliori, ma nell’adattarlo e sfruttarne il vantaggio prima dell’avversario.A causa della loro vulnerabilità, gran parte dei droni sfruttano la quantità, in linea con il principio di “massa a basso costo” (cheap mass). Migliaia di sistemi relativamente economici possono mettere sotto pressione difese progettate per affrontare poche minacce sofisticate. Gli attacchi saturanti di Ucraina e Iran e l’impiego ucraino di droni di superficie nel Mar Nero mostrano come la quantità possa modificare i rapporti di forza e rendere alcune capacità accessibili anche ad attori privi di grandi flotte o arsenali avanzati. Tuttavia, questa dinamica dipende fortemente dal contesto operativo e resta influenzata da limiti tecnici, geografici, e ambientali. I droni, infatti, non eliminano la necessità di aerei da caccia, missili, fregate, sottomarini o artiglieria: ne amplificano piuttosto gli effetti, purché integrati con altre capacità, dalla guerra elettromagnetica agli assetti spaziali, ai sistemi di comando e controllo.Profondi sono anche gli effetti sull’industria e sul procurement. Negli Stati Uniti aziende come Palantir e Anduril promuovono un modello produttivo incentrato su produzione in larga scala, software e rapidità, mentre il Pentagono ha snellito e semplificato le regole contrattuali e le procedure per testare e acquisire droni. Il capitale privato può essere decisivo per startup e piccole imprese, sebbene in molti Paesi europei resti frenato da ostacoli culturali e normative inadeguate. Questo approccio può comportare costi meno visibili, dato che hardware economico può dipendere da software proprietari, licenze e aggiornamenti continui, spostando parte dei costi dall’acquisto iniziale al supporto digitale, creando una sorta di dipendenza contrattuale simile a un abbonamento.Il crescente utilizzo dei droni ha infine alimentato una competizione industriale globale. Ucraina e Russia sono oggi tra i principali protagonisti, seguite da Stati Uniti, forti delle capacità nei grandi droni strategici e da crescenti investimenti in quelli tattici, Cina, con il suo enorme potenziale produttivo e tecnologico, e Turchia, che vanta un’industria matura e competitiva.Per i Paesi europei, Italia inclusa, la sfida non consiste soltanto nell’invertire decenni di minimi investimenti in questa tecnologia, ma nello sviluppare soluzioni sovrane e rivedere dottrina, addestramento, organizzazioni militari e filiere industriali.* Fellow, Transatlantic Defense and Security Center for European Policy Analysis (CEPA)
L’ecosistema dei tecno-conflitti: sensori, software, robotica, nuove unità e modelli bellici ridefiniscono l’intero apparato
Per i Paesi europei, Italia inclusa, la sfida non consiste soltanto nell’invertire decenni di minimi investimenti, ma nello sviluppare soluzioni sovrane e rived







