Il conflitto tra Russia e Ucraina e gli attacchi nel Mar Rosso mostrano come i sistemi senza pilota stiano cambiando profondamente il modo in cui si conducono le operazioni militari. L’utilizzo di droni per colpire obiettivi sensibili come gli aeroporti, come è accaduto a settembre a Copenaghen e Oslo, ha alzato anche in Italia l’allerta sugli aeromobili a pilotaggio remoto. La Difesa italiana si è mossa su un duplice binario. Da una parte la definizione di una strategia di contrasto, dall’altra l’acquisizione di strumenti che consentano una copertura dagli attacchi provenienti dal cielo.
Nel primo caso, l’occasione è stata fornita dal “non paper” che il ministro Guido Crosetto ha pubblicato a novembre. «Negli ultimi mesi – viene messo in evidenza nel documento - si è registrato un aumento dei sorvoli di droni – spesso non identificabili – su infrastrutture civili e militari in numerosi Paesi europei». Ancora prima, nel Documento Programmatico della Difesa 2025-2027, il documento che programma le spese per la Difesa dei prossimi anni, il ministro aveva posto l’accento sul fatto che «le tecnologie emergenti e dirompenti (EDT) abbassano inoltre le barriere d’ingresso: strumenti avanzati a basso costo, come droni e mini-droni impiegabili anche in sciame, risultano difficili da identificare e contrastare». Di qui la conclusione: «Lo Strumento militare deve evolvere verso un modello moderno, flessibile e credibile, capace di garantire la sicurezza dello Stato e tutelare gli interessi nazionali».






