Odissea, e Odissea sempre, e fortissimamente Odissea: il kolossal di Christopher Nolan è l’ossessione di questa torrida estate. Da quando, a metà luglio, è arrivato nelle sale, tutti (i tanti che sono accorsi al richiamo di un marketing tambureggiante) si sono sentiti in dovere di dire la loro, ovunque sono spuntate imprevedibili schiere di grecisti e critici cinematografici. Nel frattempo la Spagna ha vinto il Mondiale di calcio, la terra ha tremato dalla Colombia all’Indonesia, il fuoco ha devastato l’Europa, c’è stata l’invasione di Ceuta, l’affaire Ranucci-Lavitola, l’autogol meloniano su Schengen, il prezzo della benzina è salito alle stelle e il generale Vannacci è salito di qualche altro decimale, è morto Guccini (e invece Trump continua a sentirsi bene), ma sui social continua a imperversare il dibattito sul film.

Oddio, il dibattito. Più che altro, una messa cantata, tra inni salmodianti e professioni di fede. Perché i giudizi si sono divisi, com’era da attendersi, ma quelli negativi sono stati perlopiù irrilevanti – del genere «non c’è questo, manca quello, Elena dalle bianche braccia non può essere nera, e così via pedanteggiando» (no, cari: un regista è libero di interpretare, avete mai sentito parlare di autorialità?) -, sovrastati, per quantità e rumorosità, dai commenti entusiastici. Sperticati. Alla fine ripetitivi.