L’agosto del 2026 verrà ricordato non solo come una delle estati più calde di sempre del pianeta. Ma anche come il mese nel quale i tanti puntini del confronto fra autocrazie e mondo democratico hanno iniziato drammaticamente a unirsi.
La «guerra a pezzetti» sta diventando globale e quel «nuovo Grande Gioco», fra autocrazie e democrazie, di cui ho ampiamente scritto, si sta dispiegando sempre con più chiarezza di fronte a noi.
Ma andiamo per ordine e iniziamo dal teatro orientale. Lo scorso 13 agosto il presidente russo Vladimir Putin ha visitato Etorofu (in giapponese; Iturup in russo), isola dell’arcipelago delle Curili; pochi giorni dopo Mosca ha condotto ampie manovre militari nelle stesse acque contese, con test missilistici eseguiti da sottomarini nucleari e incrociatori: una sfida aperta al Giappone, che non ha mai riconosciuto l’occupazione russa delle isole alla fine della Seconda guerra mondiale e le ritiene un proprio territorio. Le dure proteste della premier Sanae Takaichi hanno confermato la nuova e forte tensione fra Giappone e Russia, dopo che Mosca ha interrotto la tradizione decennale di evitare visite di alto livello nei territori contesi.
Ma la mossa di Putin non è soltanto un diversivo estivo per distrarre l’opinione pubblica dai magazzini in fiamme di Wildberries (l’Amazon russa) e far dimenticare per un momento il conflitto in Ucraina che ha raggiunto oramai il territorio della Federazione in profondità. Si tratta di una scelta strategica. Putin ha oramai capito che non potrà mai vincere la guerra in Ucraina sul terreno e perfino la tenuta della Crimea è minacciata da una logistica bellica resa insostenibile dalla supremazia ucraina nella guerra dei droni. Dunque, sta giocando la carta dell’internazionalizzazione del conflitto con un duplice obiettivo: stringere sempre più i rapporti con la Repubblica popolare cinese e ridurre il sostegno internazionale all’Ucraina da parte delle democrazie asiatiche.







