Non sono infuocati solo i fronti di guerra o le frontiere, in questa estate rovente che passa dalla minaccia al pericolo e dunque al rischio concreto di ulteriori, gravi, sviluppi imprevedibili. Vale per le relazioni internazionali, frantumate dalle guerre, dai dazi e dai ricatti, come per le prospettive di un cambiamento catastrofico nella qualità di vita sul pianeta. Vale anche per la cooperazione made inUs e per il nuovo assetto al Palazzo di Vetro. Temi diversi? Solo in apparenza. Alla Casa Bianca, che manda a mille gli impianti di climatizzazione, si sta lavorando febbrilmente allo spoil system delle Nazioni Unite, dove gli incarichi sono in scadenza: dalla segreteria generale - oggi ricoperta dal portoghese Gutteres - alle diverse agenzie, sulle quali Trump vuole mettere le mani, varando per di più una nuova forma di cooperazione internazionale targata Stati Uniti d’America. Proviamo a sintetizzare: per l’Onu, si configura una solidarietà condizionata con obiettivi politici, piuttosto che umanitari. Gli aiuti non dettati dal bisogno, ma dalle opportunità.

Punto uno: l’attività umanitaria internazionale va intesa come uno strumento per salvaguardare la sicurezza e la salute degli americani. Per i paesi più deboli, il contributo di due miliardi di dollari contro la fame, le epidemie, la povertà, ma con restrizioni geografiche (per esempio, da Washington zero aiuti all’Afganistan o allo Yemen- paesi peraltro ad alto tasso di malnutrizione infantile). Punto due: vietato erogare fondi destinati a progetti connessi al cambiamento climatico. (Non è chiaro se saranno esclusi gli uragani, gli tsunami o la desertificazione che avanza). Punto tre: non è detto, che i soldi americani saranno sempre disponibili. Ricordate We are the World di Michael Jckson e Lionel Richi, la canzone scritta per l’Africa? Se ne sono perse le note...