L’attacco mosso dagli Stati Uniti all’Iran a fine febbraio è solo un ulteriore sintomo del più grande fattore di destabilizzazione a livello globale: la rottura dell’unità dell’Occidente.
Il lungo conflitto tra Washington e Teheran sta rimodellato le catene di approvvigionamento globali e stressando alleanze storiche. L’interdipendenza economica, energetica, infrastrutturale si è fatta arma. L’Europa ha così subito una spirale inflazionistica, uno shock energetico. Un attacco ai propri interessi vitali, indotto da un’azione non concertata del suo principale alleato.
Effetti della geografia funzionale, direbbe Parag Khanna. Tutto il mondo è connesso e i lacci non si possono spezzare. E ciò che unisce (gasdotti, cavi sottomarini, rotte navali) diviene uno strumento per attaccare. Hormuz è un focolaio di una tensione globale più ampia, che ha nuovamente nell’Atlantico del Nord uno dei suoi teatri principali. Come racconto in Tempesta (Luiss University Press), qui si concentrano minacce ibride, volatilità climatica, deterrenza nucleare, dinamiche protezionistiche. Mari in burrasca che sferzano soprattutto quattro città lungo le coste atlantiche, decisive per il futuro dell’Oceano e del mondo.









