Sono passati dieci anni e Amatrice, come tanti altri paesi dell’Italia centrale colpiti dalla lunga sequenza sismica del 2016, sta ancora lottando per risorgere. Le immagini di quei giorni dovrebbero essere un monito per il futuro, perché il nostro è un Paese a rischio sismico elevato, ma è anche il territorio di normative antisismiche all’avanguardia non sempre applicate. L’Italia, rispetto ad altri Paesi sismici, ha una frequenza di eventi a magnitudo catastrofica più bassa, ma, per terremoti di media intensità, presenta sempre un conto molto salato nel numero di vittime, di danni al patrimonio edilizio, di conseguenze sociali post-sisma. Non siamo certamente il Paese dei grandi sismi, ma siamo sicuramente quello in cui molti terremoti fanno troppe vittime.
Perché non riusciamo a limitare i danni dei terremoti, visto che siamo certi che prima o poi accadranno? Cosa possiamo fare concretamente e culturalmente perché tutta questa distruzione resti solo un ricordo di errori passati? Un anniversario come questo serve non solo a ricordare chi non c’è più, ma anche a rammentare la nostra stupida inettitudine di fronte al rischio naturale, a renderci consapevoli di tutto quello che non abbiamo fatto. Sperando, un giorno, di essere capaci di farlo. Il 24 agosto 2016, alle ore 3.36, con un terremoto di magnitudo 6.0 nei pressi di Amatrice, prende il via quella che l’Ingv definirà la sequenza sismica Amatrice-Norcia-Visso, che durerà fino alla fine dell’anno e interesserà 140 comuni e circa 600 mila persone. L’epicentro è tra Accumoli e Arquata del Tronto, due comuni distanti pochi chilometri tra Lazio e Marche. Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto vengono devastati. Pescara del Tronto, frazione di Arquata, viene praticamente rasa al suolo. Sotto le macerie restano 299 vittime: 237 ad Amatrice, 51 ad Arquata (quasi tutte nella frazione di Pescara) e 11 ad Accumoli. In sostanza il centro storico di Amatrice è interamente collassato. Era formato da edifici in muratura e non in cemento, sui quali spesso si è intervenuti nel tempo più con riparazioni che con veri e propri adeguamenti (4.333 edifici danneggiati su un totale di 5.500 - 5.700, secondo Istat, ovvero il 77,4%). Ma perché questo tipo di edifici crolla e soprattutto perché alcuni crollano e alcuni no?










